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Aggiornato il 09.02.2026
alle 18:09

Docenti di sostegno, tra fatica, percorsi di crescita e problemi (in classe e non solo): parlano gli insegnanti sul campo

Daniele Di Frangia

Il tema dell’inclusione scolastica sta diventando sempre più preminente nella scuola italiana. Aumentano sempre più le forme di disabilità e i bisogni degli alunni e i docenti di sostegno sono sempre più un perno fondamentale all’interno delle classi di ogni ordine e grado. Tutto questo mentre, proprio in questi giorni, è in discussione alla Camera la proposta di legge della Lega di cambiare la denominazione del docente di sostegno in “docente per l’inclusione”.

Ma qual è la condizione attuale dei docenti di sostegno? Come stanno? Cosa provano? Sono realmente soddisfatti? Quali sono le criticità e le difficoltà del loro impegno giornaliero? La Tecnica della Scuola ha voluto chiederlo ad alcuni di loro, entrando all’interno del loro mondo, provando a capire meglio.

“Non è una professione facile, richiede energie, ma il ritorno umano è un tesoro inestimabile che ripaga ogni singola fatica – ci confessa la prof.ssa Carolina Minutola, da qualche anno in una scuola secondaria di primo grado della provincia di Bergamo – le mie diciotto ore sono rivolte principalmente a un’alunna speciale: una ragazza con una disabilità fisica. Non le serve solo supporto pratico e didattico, ma una presenza costante a livello psicologico. Essere lì per lei, vederla affrontare le sfide quotidiane e fare anche il più piccolo passo avanti verso l’autonomia, mi suscita grandi emozioni che mi aiutano ad entrare in sintonia e capire i suoi veri bisogni”.

Nella stessa classe la prof.ssa segue anche una ragazza di origine ucraina con difficoltà linguistiche e con una forma di mutismo: “sono riuscita a entrare in sintonia con lei proprio grazie all’ascolto attivo e non invadente. È una connessione che mi riempie di orgoglio e mi conferma che l’empatia è lo strumento didattico più potente”.

Sfide di ogni giorno che i docenti affrontano e ogni piccolo miglioramento, per altri impercettibile, diventa un passo avanti, via via sempre più importante.

“È un percorso non sempre lineare perché ci sono delle sconfitte e conseguentemente periodi di crisi che diventano opportunità di crescita – spiega ancora la prof.ssa – il progresso lento e discontinuo porta a confrontarsi con i limiti di ognuno”.

Le criticità da affrontare

Oltre il rapporto umano con la propria alunna o il proprio alunno, ci sono però le problematiche che riguardano la professione. A partire da come si diventa insegnanti di sostegno. “Alcuni docenti si stanno potendo avvalere di percorsi smart, molto veloci, rispetto a chi ha seguito un intero anno accademico per specializzarsi – ci dice Katia Perdichizzi, docente di sostegno in una secondaria di primo grado di Catania – e si creano delle condizioni antipatiche”.

Poi, una volta preso servizio, ci sono altre criticità non da poco. Alcuni docenti di sostegno vengono discriminati dal consiglio di classe, considerati come docenti di serie B. “Questo accade probabilmente perché tutti non sono messi in condizione di avere gli stessi titoli. Se tutti fossero specializzati nel sostegno forse ci sarebbe un grado di sensibilità maggiore” spiega la prof.ssa.

C’è poi il fattore del lavoro sommerso a causa della burocrazia presente e dei documenti via via necessari. “il docente ormai è diventato un burocrate e tutto questo lavoro ufficialmente non è riconosciuto. Esci da scuola e non hai finito perché prepari tutto il resto del lavoro a casa” confessa la prof.ssa. Dunque stipendi che non vedono riconosciuto il grande impegno.

Specie se si aggiunge il ruolo delle Funzioni Strumentali per l’inclusione, solitamente attribuito a uno, due o tre docenti di sostegno di un intero istituto, impegnate tutto l’anno a supportare i docenti e collaborare con gli uffici di segreteria nei vari adempimenti che si presentano durante tutto l’intero anno scolastico. Un impegno annuale corrisposto con una cifra che spesso non supera i 500 euro in tutto…

Programmazione e rapporto con le famiglie

C’è poi chi, come la prof.ssa Gemma Vatiero, è rimasta nello stesso istituto (un liceo di Parma) da 13 anni, dando continuità al proprio gruppo di lavoro. “Ho iniziato nel 2007, nel corso degli anni ho svolto varie formazioni sempre nell’ambito del sostegno, specializzandomi in modo particolare sull’autismo”.

Le difficoltà però, anche qui, non mancano: “la normativa cambia continuamente e richiede delle situazioni che diventano sempre più articolate, complesse, per la programmazione, per la gestione degli alunni, delle famiglie. I genitori vanno accolti, accompagnati e bisogna far capire loro che ci sono delle differenze che non stabiliamo noi”.

E poi la programmazione: comprendere qual è quella differenziata e quale quella personalizzata, il PEI (Piano Educativo Individualizzato) è cambiato già da un po’ di anni (un modello unico a livello nazionale introdotto dal decreto interministeriale 182/2020 e modificato dal D. Interm.153/2023), “per i docenti è molto complicato declinare e personalizzare quei contenuti per un alunno che ha determinate caratteristiche”.

Un tasto dolente è poi quello che riguarda l’igiene personale di alcuni studenti non autonomi. “Noi ci siamo sempre però ci sono dei punti che andrebbero chiariti, a chi spetta l’igiene di questi ragazzi? È un tasto dolente, non si riesce a trovare una soluzione eppure la legge normativa è molto chiara, bisogna capire come intervenire” conclude la docente.

Insomma una professione con tante piccole e grandi difficoltà, ma che sul piano umano può ripagare tutto il grande sacrificio messo in campo.

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