Le dichiarazioni del ministro Valditara sulla possibilità di avere un contratto specifico per il comparto scuola stanno facendo discutere.
In queste ore è intervenuto anche Stefano d’Errico, tirato in ballo nel nostro articolo.
Stefano d’Errico, segretario nazionale del sindacato, punta il dito contro la privatizzazione del rapporto di lavoro introdotta con il decreto 29 del 1993 e i limiti agli aumenti salariali: «La scuola è la cenerentola del pubblico impiego»
La scuola italiana -sostiene d’Errico – continua a fare i conti con stipendi insufficienti e con un sistema di contrattazione che penalizza strutturalmente il personale scolastico.
Al centro della denuncia dell’Unicobas c’è il divario retributivo degli insegnanti italiani rispetto ai colleghi di altri Paesi. Secondo d’Errico, i docenti italiani sono tra i meno pagati dell’Unione europea e il loro trattamento economico risulta particolarmente distante da quello riconosciuto agli insegnanti di altri sistemi scolastici, come quello della Corea del Sud.
Una situazione che, nella lettura del segretario nazionale di Unicobas, non sarebbe frutto soltanto delle risorse insufficienti destinate ai rinnovi contrattuali, ma anche delle regole che disciplinano da oltre trent’anni il rapporto di lavoro del personale scolastico.
D’Errico individua nel decreto legislativo 29 del 1993, che ha avviato il processo di privatizzazione del pubblico impiego, uno dei passaggi decisivi per comprendere l’attuale condizione economica degli insegnanti.
Secondo il sindacalista, il sistema avrebbe progressivamente vincolato gli aumenti retributivi all’inflazione programmata, con incrementi che, a suo giudizio, non sono riusciti a compensare adeguatamente l’aumento del costo della vita.
Il risultato, denuncia Unicobas, sarebbe un progressivo allontanamento delle retribuzioni italiane dalla media europea, con il potere d’acquisto dei lavoratori della scuola messo sotto pressione a ogni rinnovo contrattuale.
Il segretario d’Errico chiama in causa anche Cgil, Cisl e Uil, accusandole di aver accettato un modello di contrattazione che avrebbe contribuito a indebolire la capacità dei lavoratori di ottenere aumenti salariali adeguati.
Una critica netta, che investe non soltanto le politiche economiche dei governi, ma anche le scelte compiute nel corso degli anni dalle organizzazioni sindacali che hanno sottoscritto i contratti collettivi.
Per Unicobas, il problema è dunque strutturale: non basterebbero singoli aumenti contrattuali per colmare il divario accumulato, se non si interviene anche sui meccanismi che determinano la dinamica delle retribuzioni.
Un altro punto centrale della dichiarazione riguarda la specificità del lavoro nella scuola. D’Errico contesta l’applicazione di criteri retributivi che, a suo avviso, non riconoscono adeguatamente le responsabilità connesse all’attività di insegnamento e alla vigilanza sugli studenti.
Il segretario nazionale di Unicobas richiama anche le responsabilità giuridiche, comprese quelle penali, che possono gravare sul personale scolastico, docenti e personale Ata. Da qui il paragone con altre professioni che comportano responsabilità specifiche e che, secondo il sindacalista, non possono essere assimilate indistintamente al lavoro impiegatizio.
D’Errico evidenzia inoltre una disparità rispetto ai docenti universitari e ad altre categorie del settore pubblico, per le quali operano meccanismi retributivi differenti.
Per Unicobas, restituire valore al lavoro scolastico significa rimettere al centro il potere d’acquisto degli stipendi, la specificità delle responsabilità professionali e la necessità di superare un modello che, secondo il sindacato, ha contribuito a relegare la scuola in una posizione di svantaggio rispetto ad altri comparti.