Un gruppo pubblico su Facebook – che non nominiamo, ma che ormai è tristemente noto – raccoglie oltre 31.000 iscritti. Al suo interno, uomini (e anche alcune donne) postano fotografie intime delle cosiddette “mogli” – molte delle quali inconsapevoli di essere ritratte o che non hanno dato alcun consenso. Molte immagini appaiono scattate di nascosto in spiaggia o in casa, altre sono zoomate, ritagliate o pixelate: corpi femminili trasformati in oggetti digitali da consultare, commentare, perfino desiderare in modo cinico. Nonostante migliaia di segnalazioni inviate a Meta e alla Polizia Postale, il gruppo continua ad esistere, attivo e pubblico, confermando una violenza sessuale di massa che sfocia nella pornografia non consensuale.
Il linguaggio che si legge nei commenti è disgustoso: “Bel fisico da puledra la signora, si può vedere altro?”, si legge tra le righe di un altro “partecipante anonimo”: “Peccato davvero che non vuole fare foto, allora falle te le foto di nascosto, seguo con interesse”. Questi sono solo alcuni dei pochi commenti edulcorati che si possono riportare. E quel che sconvolge è che alcune delle donne coinvolte – ignare – non hanno idea di essere diventate vittime di una violazione online della loro intimità.

Prima di proseguire, da una lettura dei post pubblicati all’interno del gruppo, è possibile notare la presenza di diverse coppie consenzienti, complici di questo gioco trasgressivo che rinvigorisce il loro amore. E fin qui nulla di male. Senza dimenticare però che, senza necessariamente scomodare Martin Luter King, “La mia libertà finisce quando inizia quella degli altri”, e in questo caso se si viola la libertà di qualcun altro e tu sei presente, sei complice.
Arrivano segnalazioni alla nostra redazione: alcuni dei partecipanti risultano essere insegnanti, con nomi e cognomi noti. La scuola – istituzione chiamata a edificare coscienze, civiltà, relazioni etiche – scopre di avere tra i suoi membri docenti che, nelle ombre del web, partecipano a una depravazione morale.
E qui ci addentriamo nel paradosso: nella scuola, nelle ore previste dall’educazione civica, si insegna l’”educazione al rispetto verso la donna e alle relazioni corrette”; è scritto nelle nuove linee guida volute dal ministro Valditara, che evidenziano come questi siano obiettivi di apprendimento trasversali, promossi come capacità fondamentali –, e non contenuti accessori. Tali obiettivi non sono decorativi: il ministero riferisce che il 96,7 % delle scuole ha attivato percorsi curricolari su educazione al rispetto e relazioni sane, e che il 70 % degli studenti ha mostrato un miglioramento nei comportamenti relazionali. Inoltre, si lavora anche al primo ciclo e alla scuola dell’infanzia per introdurre l’alfabetizzazione emozionale, ovvero educare all’empatia, alla gentilezza, alla tenerezza come “educazione del cuore” trasversale a tutte le discipline.
E allora: come possono insegnare il rispetto uomini che, di notte o nei gruppi anonimi di social e piattaforme, violano il consenso, umiliano donne, le mostrano al mondo come trofei? La coerenza dell’istituzione scolastica salta in aria quando chi dovrebbe incarnarla – “persona che educa persone” – si dimostra colpevole o complice di abusi. Il giovane studente impara che “un no è un no” solo se chi insegna non lo tradisce nella propria condotta online. La scuola di Valditara pretende di essere presidio contro stereotipi e violenza, punta alle relazioni paritarie, allo student empowerment con peer tutoring; ma se alcuni docenti alimentano esattamente l’attitudine predatoria che si vorrebbe estirpare, tutto quell’impianto educativo frana.
Nel momento in cui la scuola istituzionale indica la riconciliazione, la gentilezza, l’empatia come obiettivi formativi fondamentali, i docenti dovrebbero rispettare questi valori. Sostenere il rispetto della donna non è solo citare frasi in classe, partecipare a convegni, pubblicare cartelloni, disegnare scarpette rosse: è vivere il quotidiano nel valore del rispetto reciproco. Altrimenti, è ipocrisia istituzionalizzata tra banchi e like.
“Oltre 32.000 uomini hanno creato un gruppo Facebook dove condividono foto intime delle proprie mogli senza il loro consenso, cercando approvazione e complicità in questa violenza”.
Lo denuncia su Instagram no justice no peace, l’organizzazione no profit che da mesi sta portando avanti una campagna che ha per titolo ‘not all men’, dove chiunque può inviare la propria storia di violenza. “Questa – scrive no justice no peace – è una palese forma di abuso, pornografia non consensuale e misoginia sistemica”. Chi partecipa a questo scempio – si legge nel post di no justice no peace‘ – è complice di un crimine”.