Nei romanzi di Donato Carrisi la cronaca sembra arrivare sempre dopo la letteratura. In La bugia dell’orchidea compare una famiglia che si ritira nel bosco prima che un caso simile occupi le pagine dei giornali. “È più comune di quanto si pensi” osserva lo scrittore in un’intervista al Corriere. “Quanti genitori vorrebbero scappare con i figli immaginando chissà quale vita?”. Non si tratta di anticipare i fatti, ma di leggere le tensioni profonde della società: “Alcuni crimini iniziano molto prima dell’atto finale. Sono il prodotto di una cultura fatta di avidità e compiacenza”.
Carrisi individua nella fragilità dei legami familiari e nel desiderio di fuga uno dei nodi del nostro tempo. La narrativa, in questo senso, diventa uno strumento per intercettare paure collettive ancora informi, che solo in seguito emergono come fatti di cronaca. La famiglia che si isola nel bosco non è un’eccezione, ma il sintomo di un disagio diffuso, spesso ignorato.
Accanto alla riflessione sulla società, Carrisi torna più volte alla scuola, che definisce una presenza costante della sua vita: “Sono figlio di insegnanti, per me la scuola non finiva mai”. Ricorda docenti straordinari e altri meno incisivi, ma riconosce a tutti un ruolo formativo. In particolare, cita la professoressa di italiano del liceo come esempio di insegnamento che, paradossalmente, gli ha indicato una strada alternativa: “Se avessi seguito i suoi insegnamenti, non sarei diventato scrittore». Le sue lezioni erano centrate più sulla critica che sulle opere e sulla vita degli autori. “Come fai a conoscere uno scrittore senza la sua biografia?”, si chiede oggi Carrisi.
Da quell’esperienza nasce anche il suo rifiuto di modelli rigidi e il bisogno di sperimentare. La scuola, nel bene e nel male, gli ha insegnato a non accettare formule preconfezionate e a cercare una voce personale. Un messaggio che parla direttamente al mondo dell’istruzione: educare non significa solo trasmettere contenuti, ma lasciare spazio allo sguardo critico, all’errore e alla ricerca. È lì che, come dimostra la sua storia, possono nascere le storie capaci di interrogare il presente.