Breaking News
27.10.2025

Educare alla gentilezza è un vero e proprio metodo di lavoro

L’attualità degli ultimi anni ha evidenziato una profonda crisi di connessione nel tessuto sociale, manifestandosi con intensità nel microcosmo scolastico. Fenomeni come l’aggressività diffusa e il dramma silenzioso degli Hikikomori – ragazzi che si autoescludono dal mondo esterno, spaventati dalla “fatica straziante di stare in mezzo” – non sono semplici emergenze comportamentali, ma sintomi di un fallimento nel costruire relazioni basate sull’ascolto e la fiducia. L’erosione della comunicazione empatica da parte delle dinamiche digitali impone alla scuola di riscoprire la sua funzione di agenzia di socializzazione e formazione umana. È in questa prospettiva che la gentilezza si eleva da blanda raccomandazione morale a vera e propria infrastruttura educativa e una potente leva di trasformazione sociale. La gentilezza è un atto fisico che genera benessere interiore ed è, essenzialmente, una forma di rispetto che non può essere barattata con le scorciatoie offerte dai social.

Come ha ricordato la viaggiatrice Alessia Piperno, e come ha ribadito Giulia Lamarca, la gentilezza fiorisce quando “non ci sono impedimenti se ti fidi dell’altro”.
Mettersi “nei panni dell’altro” è il gesto cardinale che disintegra l’aggressività. Lo scrittore e docente Alessandro D’Avenia ci insegna che essa è una forma di conoscenza profonda, capace di illuminare le relazioni e accorciare le distanze. La gentilezza, vista come una medicina naturale con effetti positivi sulla salute mentale, richiede un esercizio continuo per sviluppare quel “senso dello stupore” e della meraviglia, fondamentale per non dare per scontato il valore dell’altro.

La nostra sfida educativa è superare la scelta occidentale, criticata dal filosofo Emmanuel Lévinas, di anteporre l’individuo (il cogito) alla persona e al bisogno primario del “buongiorno”, inteso come riconoscimento dell’Altro. Lévinas aveva compreso che prima del ragionamento viene l’incontro etico. La scuola deve formare una comunità che sappia circondarsi di persone che portino in giro i valori della gentilezza, trasformando l’isolamento (tipico degli Hikikomori) in connessione autentica. Implementare la gentilezza significa tradurla in pratiche didattiche concrete, calibrate sui diversi cicli di istruzione.

Nella Scuola Primaria, le attività si concentrano sull’esemplarità e sul riconoscimento del positivo. Si può ad esempio istituire il Barattolo dei complimenti silenziosi, dove i bambini annotano anonimamente i gesti gentili osservati nei compagni, valorizzando l’atto in sé. Contestualmente, si possono avviare Laboratori ispirati a Emilio Isgrò sulla potenza della richiesta educata e della sottrazione, riflettendo su come il gesto dell’artista, con la sua formica che chiede “per favore di non essere schiacciata”, possa introdurre una prospettiva in grado di cambiare i comportamenti, anche a partire dal più piccolo.

Nella Scuola Secondaria, l’attenzione si sposta sulla consapevolezza etica e sulla responsabilità digitale, dove la gentilezza si fa più complessa e concettuale. Agli studenti si può chiedere di tenere un Diario della gratitudine selettiva, registrando e analizzando momenti di ricezione o elargizione di gentilezza, esplorando il perché della sorpresa o della difficoltà in quel gesto, un processo che ricalca l’invito di Isgrò ad “Avvicinarsi all’Arte pur sapendo che è profondamente oscura”.

Parallelamente, risultano cruciali i Laboratori di “gentilezza digitale”, dove si addestrano gli studenti, anche attraverso il role playing, a intervenire sui social media con commenti costruttivi e rispettosi, evitando le scorciatoie aggressive e costruendo attivamente una cultura del rispetto online. Per una riflessione più profonda, un modulo di Educazione Civica può analizzare la resilienza gentile: da un lato, la capacità della pianista Alice Herz-Sommer di costruire un “muro di gentilezza e amore” per il figlio nel lager, e dall’altro, la metafora de La Ginestra di Giacomo Leopardi che fiorisce nel deserto, a simboleggiare quella gentilezza silenziosa e resiliente che può crescere anche negli ambienti più aridi, trasformando l’isolamento in connessione. La gentilezza deve essere incarnata anche nel corpo docente e dirigenziale: il Dirigente Scolastico che pratica l’ascolto attivo e valorizza il benessere emotivo del personale pone l’atto gentile come un atteggiamento metodologico che si diffonde a cascata nell’ambiente scolastico. In conclusione, la gentilezza è la dimostrazione pratica di un profondo rispetto per la dignità dell’altro e l’essenza stessa dell’educazione alla cittadinanza.

Essa è l’investimento più significativo che possiamo fare nel capitale umano e sociale. A tal proposito, è illuminante la visione del pedagogista italiano Mario Lodi, che nel suo testo fondamentale, C’è speranza se questo accade al Vho, scrive: “Se a scuola ci sono maestri che vogliono che i bambini imparino a pensare con la loro testa, a giudicare la realtà e a trasformarla, bisogna dare loro il modo di farlo. E per prima cosa bisogna rispettare la loro personalità, e non forzarli a modelli imposti.”

Questo passaggio incarna la più alta espressione pedagogica della gentilezza. Il rispetto della personalità dell’alunno e il dargli “il modo di farlo” non è un atto di debolezza, ma la forza di una struttura democratica e partecipativa che riconosce l’alunno come soggetto attivo. È in questo riconoscimento che la gentilezza smette di essere un “buonismo” e diventa l’atto fondativo di una scuola capace di rispondere, con forza e umanità, alle sfide del presente, accogliendo il “primo gesto gentile”: l’ascolto.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate

I nostri Corsi