L’educazione alla pace non è l’insegnamento di un’utopia, né la narrazione edulcorata di un mondo privo di contrasti. È, al contrario, un esercizio di realismo radicale, un’urgenza civile che oggi richiede di essere sottratta alla retorica per essere restituita alla prassi pedagogica. In un’epoca in cui il linguaggio bellico torna a farsi sistema, permeando non solo la geopolitica ma anche le relazioni digitali e sociali, educare alla pace significa innanzitutto decostruire l’idolatria della competizione e il mito dell’inevitabilità del conflitto.
Maria Montessori indicava nella competizione l’embrione della guerra. Se la scuola e la società continuano a misurare il valore dell’individuo esclusivamente attraverso il superamento dell’altro, non stiamo formando cittadini, ma contendenti. Siamo sicuri che il successo ottenuto a discapito di un compagno sia un vero progresso per la nostra comunità? La pace autentica non è la semplice assenza di esplosioni, ma una “pratica attiva” di cooperazione. È un’infrastruttura dell’anima e del diritto che va costruita giorno dopo giorno, sostituendo la logica del dominio con quella della solidarietà.
Oggi ci troviamo dinanzi a una frattura profonda tra l’aspirazione ai valori universali — incarnati dall’Agenda 2030 e dalle carte costituzionali — e la cruda realtà di un potere che torna a legittimarsi attraverso la forza. Il venir meno dei testimoni diretti dei grandi conflitti del Novecento ha indebolito quell’argine morale che rendeva la guerra “impensabile”. Senza memoria, la guerra torna a essere presentata come un’opzione tecnica o una necessità strategica. È qui che l’educazione civica deve farsi sentinella: studiare la storia non serve a memorizzare date, ma a smascherare i meccanismi della propaganda. Quante volte ci siamo fermati a chiederci chi trae davvero vantaggio dal clima di odio che respiriamo sui social o nei telegiornali?
Come ricordava Eschilo, la verità è la prima vittima di ogni conflitto; recuperare la verità significa allora denunciare che la guerra è, prima di tutto, un immenso inganno economico e politico. Il costo umano dei conflitti contemporanei è spaventoso: il novanta per cento delle vittime è costituito da civili. La guerra non conviene ai soldati, trasformati in ingranaggi di un destino non scelto; non conviene ai fragili, ai malati, ai poveri. Ma soprattutto, la guerra commette un furto ontologico ai danni dell’infanzia, negando ai bambini non solo la sicurezza, ma l’orizzonte stesso del futuro. Possiamo davvero accettare un mondo in cui il diritto al gioco e allo studio venga sacrificato sull’altare della potenza militare?
Per contrastare questa deriva militarista, occorre un’azione pedagogica che lavori sulla “pace relazionale”. La democrazia non è mai un bene acquisito una volta per tutte; è un organismo vivo che richiede partecipazione e rifiuto dell’aggressività come codice comunicativo. La nostra Costituzione Repubblicana ci insegna che il ripudio della guerra non è un atto di debolezza, ma la massima espressione di una civiltà matura.
Dobbiamo allora promuovere “manovre di umanità” che sembrano minime ma sono rivoluzionarie. Salvare il saluto, riscoprire il valore del sorriso, guardarsi negli occhi e stringersi la mano non sono precetti di cortesia, ma atti di resistenza civile contro l’atomizzazione sociale. In un mondo che spinge verso l’isolamento e l’odio verso il “nemico”, riconoscere l’altro come “prossimo” è il primo passo per disarmare le coscienze. Quand’è stata l’ultima volta che abbiamo sorriso a uno sconosciuto, rompendo il muro dell’indifferenza urbana?
La vera sfida è abitare il presente in modo non violento. La pace non è un armistizio precario tra macerie e risentimenti, ma la costruzione di una giustizia sociale che non lasci indietro nessuno. Educare alla pace oggi significa avere il coraggio di essere controcorrente, di rivendicare la propria umanità contro ogni logica di profitto e di potenza. È un cammino faticoso, ma è l’unico che può garantire che il domani non sia soltanto il ricordo sbiadito di ciò che avremmo potuto essere. Siamo pronti a scommettere sulla solidarietà invece che sulla forza, iniziando dai nostri gesti quotidiani? Se vogliamo la pace, non dobbiamo preparare la guerra; dobbiamo, con ostinata coerenza, preparare la pace nelle scuole, nelle piazze e, soprattutto, nelle nostre relazioni più profonde.