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Educare significa suscitare dei perché

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Educare significa suscitare dei “perché”. Docente-maestro come suscitatore di coscienza, non come dispensatore di nozioni.

Buone notizie per la ricerca italiana, nonostante tutto, vista la scarsità degli investimenti, rispetto agli altri Paesi avanzati. Penso qui, tra i vari esempi, alla recente notizia sul valore riconosciuto alla matematica nei nostri percorsi di studio, non vista solo in se stessa, ma come forma, tra le principali, della articolazione di un sapere che sia capace di portare un mostrare alla domanda di dimostrazione, argomentazione, riflessione. Oltre, dunque, l’immediato dei dati, dei fatti, delle notizie.

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Nel mio Liceo, proprio per questo, il Piano di Miglioramento ha riconosciuto, a livello trasversale, proprio nel sapere matematico uno degli assi portanti di una didattica di qualità, capace di cogliere i nessi e le relazioni. Un valore trasversale, dunque. Anche se noi sappiamo, poi, come ci ha insegnato il vecchio Platone che i matematici sono come i cacciatori, nel senso che se vogliono infine mangiare le loro “prede”, devono consegnarle ai dialettici. Valori e limiti, perciò.

 

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Le università di Padova e di Pisa, in una indagine, sono state giudicate al top della ricerca scientifica. 

Vista la scarsità di risorse, cioè, e di fondi assegnati ai nostri ricercatori, i dati ci dicono che questi nostri giovani valgono, in percentuale, il doppio dei tedeschi e un terzo in più dei francesi. 

Quale la ragione? 

Pensiamo a quale potrebbe essere la situazione se la spesa pubblica fosse pari alla loro, mentre la nostra è appena l’1,3 per cento del Pil, contro il 2,26 dei francesi e il 2,84 dei tedeschi. 

Saremmo i primi del mondo, dato che l’innovazione e la ricerca sono i veri motori dello sviluppo? Provo ad offrire una proposta di lettura. 

Penso qui alla tradizione umanistica della nostra scuola, la quale cerca di integrare, in ogni ordine, educazione alla persona ed istruzione. Questa tradizione la ritroviamo nella netta distinzione tra nozionismo e sviluppo di una sensibilità culturale. Quella che porta, quasi naturalmente, a domandarsi la ragione ed il fondamento di una notizia, di una conoscenza, di un fatto. Il primato noi lo riconosciamo, cioè, al domandare ragione, più che al mero possesso delle informazioni, necessarie, ma non sufficienti.Questo, in particolare nel triennio delle scuole superiori, si traduce, nei bravi docenti, nella persuasione che, ad un certo punto, il metodo non si insegna, ma “passa attraverso” le informazioni, i contenuti, i programmi.Non si insegna, perchè ogni ragazzo è chiamato a costruirsi un percorso personalizzato di approccio al “mondo”, quindi ad una complessità mai data, sempre aperta e flessibile. Un “passare attraverso”, dunque.Qui sta la “maestria” del bravo docente. Tutti gli altri supporti sono, appunto, strumenti. Il valore ed il limite, ad esempio, delle tecnologie didattiche. Educhiamo non semplicemente trasmettendo nozioni, ma stimolando al domandare ragione. Sapendo che per domandare bisogna sapere cosa si domanda, quindi bisogna sapere. Un sapere però aperto, cioè intelligente, curioso, disponibile ad imparare da tutti. Convinti che tutte le discipline sono trasversali, importanti, necessarie. 

Che possa essere questa la vera ragione, nonostante tutto e tutti, dei buoni risultati dei nostri giovani in gamba? E del fatto che molti poi vincono bandi liberi in mezzo mondo? 

Dispiace, infine, che i migliori di questi giovani non possano scegliere l’insegnamento, o non trovino poi posti di lavoro adeguati nel nostro mercato del lavoro. Lo Stato fa di tutto per avere i migliori docenti, con concorsi seri? Con valutatori scelti e valorizzati, anche economicamente, come un vero investimento, come il primo investimento di un Paese che pensa positivo sul suo futuro? Ed il nostro mondo del lavoro, sta facendo di tutto? Altro che articolo 18! La vera garanzia, oggi, di stabilità di un posto di lavoro è la professionalità, sono la passione, lo spirito di ricerca, la creatività, non certo un articolo di un qualche codice o norma. Nonostante anche questo limite, la nostra scuola e la nostra università riescono, comunque, a sfornare, se mi posso permettere la parola, bravi ricercatori. Il bicchiere mezzo pieno.

Il Paese reale è più forte dei limiti del nostro modello assistenzialistico.

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