Home I lettori ci scrivono Educazione civica, il nuovo che non produce il cambiamento

Educazione civica, il nuovo che non produce il cambiamento

CONDIVIDI

Il Senato approva in via definitiva il ddl n. 1264 e a scuola ritorna l’ora di educazione civica. Secondo il Ministro Bussetti si tratta di un evento storico, di un traguardo necessario per le nuove generazioni chiamate a difendere i valori della Costituzione ed a tenere unito il Paese.

I contenuti della Legge dovrebbero riguardare i principi della Costituzione e delle Istituzioni europee, l’educazione alla legalità, bullismo, cyberbullismo, sostenibilità ambientale, educazione alimentare, promozione della salute e del benessere, rispetto delle regole della convivenza civile.

Un grosso contenitore di educazioni e competenze da acquisire, peraltro, già presenti in diversi documenti ministeriali, che riguardano i rapporti della persona con quella forma di organizzazione suprema e unitaria della società che è lo Stato. Inoltre, il D.M.741 del 3 ottobre 2017 fornisce specifiche indicazioni sui contenuti e gli apprendimenti di Cittadinanza e Costituzione di cui gli studenti sono chiamati a dar prova anche in sede d’esame.

ICOTEA_19_dentro articolo

Nel suddetto decreto si parla di conoscenza della Costituzione, di studio di importanti documenti come la Carta europea dei diritti fondamentali, la Carta delle Nazioni Unite, La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ecc..

Nelle Indicazioni nazionali per il curricolo, DM 254 del 2012, paragrafo “Per una nuova cittadinanza”, vengono evidenziati i compiti della scuola in merito alla cittadinanza.

Sulla scorta di queste sommarie indicazioni, si evince che il compito della scuola di educare alla cittadinanza attiva, al rispetto delle regole, all’inclusione, valori di ogni democrazia, non è nuovo, di storico c’è ben poco e, nell’ educazione e nella tradizione scolastica, è possibile percorrere con gradualità e concretezza il complesso dei diritti e doveri dell’uomo verso lo Stato, le leggi e le istituzioni che, direttamente o indirettamente, ne derivano e il non facile cammino verso lo sviluppo ottimale del soggetto.

Gli studi sull’educazione civica hanno, pertanto, una significativa e nobile tradizione. Conobbero un eccezionale vigore nella seconda metà degli anni Cinquanta, in concomitanza con l’introduzione della disciplina nei programmi delle scuole secondarie.

È chiaro che, seppur mutando nel tempo, i compiti educativi sono rimasti presenti nella loro generalità, anche se, nonostante i diversi tentativi di condurre i ragazzi verso quell’obiettivo ultimo, verso le virtù, verso abiti operativi buoni, ancora, non appare ben chiara la progressione logica, il valore e la volontà di fare bene e concretamente educazione civica a scuola.

Le notizie che provengono da fonti ministeriali sono piuttosto generiche ed evasive. Ripetono concetti che vengono presentati in modo attraente, ma che non permettono di ottenere il “più” e il “meglio” dalla vita, da un processo educativo, da una disciplina che dovrebbe formare i giovani al servizio disinteressato del progresso di tutta la società.

I punti controversi relativamente all’impostazione dell’educazione civica nella scuola sono molteplici. La confusione e l’approssimazione nel comunicare criteri oggettivi capaci di orientare e guidare il lavoro dei docenti, si parla genericamente di obbligatorietà, di trasversalità, di contitolarità, di scelta di un docente con compiti di coordinamento, di un voto unico, come quello del comportamento, che scaturisce da una non ben definita osservazione dell’apprendimento dei moduli attraverso il dialogo educativo, sono piuttosto evidenti e non agevolano il cambiamento e la valorizzazione di una disciplina ritenuta da sempre di secondaria importanza.

Inoltre, non è del tutto chiaro se l’educazione civica si debba sviluppare nell’ambito razionale-emozionale, affettivo-emotivo, cognitivo-intellettivo e se in sede scolastica si debba coltivare la riflessione sui problemi, oppure, si debba guidare all’azione e alla partecipazione ed entro quali limiti.

L’ideale sarebbe stato quello, mediante la scelta e l’individuazione di specifiche professionalità, la codifica di programmi, attività, precipue finalità educative, testi, criteri di valutazione ecc., di trasformare radicalmente tale insegnamento, sì da affidargli il ruolo che gli compete: favorire le condizioni che assicurano lo sviluppo dello stato di diritto e la convivenza democratica.

L’aggettivo civica, infatti, non deriva da civitas, la città, ma da civiltà, realtà storica, patrimonio dinamico di accrescimento e perfezionamento armonico delle virtù umane e della maturità naturale dell’uomo.

Solo così si potrà veramente effettuare quell’incidenza educativa sul sociale che è determinante per una crescita civica dei giovani.

I rischi sono ben noti: il nuovo che non produce cambiamento, reale arricchimento, espansione della vita.

Si può ben dire che i tecnici ministeriali sembrano poco interessati alla valentia nell’ambito professionale-civico. Senso di comunità, senso di giustizia, senso di responsabilità, che soli caratterizzano l’ambito dell’educazione civica e costituiscono un cammino che permette all’educando di unificare in un processo trasparente il suo comportamento, i suoi fini e le motivazioni necessarie per raggiungere e praticare le virtù sociali, a scuola si imparano a conoscere, se va bene “platonicamente”, cioè attraverso le idee contenute negli esempi storici, ma non s’imparano a vivere agendo quotidianamente in una comunità.

La difficoltà principale di uno stato democratico impegnato in un comune lavoro di ricerca per lo studio e l’insegnamento dell’educazione civica, consiste principalmente nella determinazione del concetto stesso di educazione civica che, forse, non è mai stata considerata come un prezioso e indispensabile alleato per incrementare nei cittadini, in modo sistematico, l’interesse per lo Stato e per i suoi compiti civili, giuridici ed educativi.

Il contesto che abbiamo di fronte è ambiguo e confuso. Lo Stato di civiltà o di cultura non assicura la piena efficacia della sua forza e intelligenza politica e i criteri definiti sono utilitaristici o dettati dall’ambizione o dalla superbia intellettuale.

Non dovrebbe rafforzarsi la possibilità di un comune senso civico? Se i pochi chiamati a guidare la comunità, fanno fatica ad esercitare tutte le qualità che fanno dell’uomo un buon cittadino, che cosa si può pretendere dalla scuola?

Anche se non è facile, considerata la distanza tra scuola e politica, è necessario prendere atto che solo con uno sguardo critico verso la società civile, si può sperare in un’azione educativa concreta e costruttiva capace di avviare i giovani allo sviluppo di un habitus sociale di vera e autentica partecipazione al valore più grande: lo Stato.

Non l’ora di educazione civica, ma l’esperienza civica può effettivamente cambiare la scuola e la vita di tanti giovani.

Fernando Mazzeo