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Tecnici e Professionali: stanno togliendo il pensiero critico alla massa

C’è un’idea pericolosa che striscia tra i corridoi dei ministeri e nei dibattiti sulla scuola del futuro: quella che negli istituti tecnici e professionali l’italiano sia un lusso. L’imperativo è “fare”, “produrre”, “specializzarsi”. Ma in questa corsa verso il pragmatismo estremo rischiamo di dimenticare che, prima di essere periti o tecnici specializzati, i ragazzi sono cittadini. E un cittadino senza parole è un cittadino senza difesa.

Ridurre l’italiano a una sequenza di regole grammaticali e verbi da coniugare è l’errore più grande che si possa commettere. L’italiano a scuola non è solo ortografia: è la capacità di decodificare la realtà. Quando si tolgono ore di analisi testuale e di riflessione per far spazio a una formazione puramente tecnica, non si sta soltanto riducendo la letteratura, ma si sta sottraendo lo spirito critico.

Saper leggere un contratto, comprendere le sfumature di un discorso politico o, più semplicemente, argomentare la propria opinione durante una riunione di lavoro non sono competenze “umanistiche”. Sono capacità di sopravvivenza sociale. Se si riduce lo spazio della riflessione, si riduce la capacità dei ragazzi di pensare con la propria testa.

Un operaio specializzato che non sa sostenere un’idea o che non possiede gli strumenti per analizzare ciò che accade intorno a lui è un lavoratore a metà. Se togli le parole, togli la libertà. Chi non sa esprimere un disagio o un’idea finirà sempre per essere rappresentato, o peggio sfruttato, da qualcun altro.

Togliere l’italiano “alto” dalle scuole frequentate dalla massa per lasciarlo solo ai licei significa creare una società a due velocità: da una parte chi decide e comanda perché padroneggia la lingua e il pensiero complesso; dall’altra chi esegue perché possiede solo il linguaggio tecnico della macchina.

Non possiamo permettere che la scuola diventi il luogo in cui si cristallizzano le disuguaglianze. Gli studenti dei tecnici e dei professionali hanno diritto alla bellezza, alla complessità e, soprattutto, alla capacità di dissentire. E per dissentire servono i concetti, serve l’analisi, serve, inevitabilmente, l’italiano.

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