L’educazione sessuoaffettiva nelle scuole può fermare la marea montante della violenza di genere? Può farlo in una società in cui il “mercato” usa gli stereotipi e la mercificazione dei corpi per macinare profitti miliardari?
Risale a dieci mesi fa lo studio di Save The Children Italia “Le ragazze stanno bene?”. Il rapporto rivelava tra l’altro che manca nelle scuole un’educazione etica al digitale. Secondo la ricercatrice Silvia Semenzin, «gli studenti (maschi) stanno manifestando degli approcci antifemministi molto forti e questo un po’ perché lo sentono a casa un po’ perché lo vedono nei social media […] a 15 o 16 anni entrano sempre più all’interno di quelle dimensioni di internet che praticano consapevolmente antifemminismo […] entrano a far parte di canali, gruppi, forum dove condividono le foto con il fine di danneggiare le donne».
A fine agosto ha fatto scalpore la notizia dell’esistenza di un gruppo Facebook intitolato Mia moglie, in cui pullulavano immagini intime di donne condivise (a loro insaputa) da mariti, fidanzati e partner delle stesse. Ben 32.000 iscritti (maschi ovviamente) commentavano e offendevano le donne ritratte nelle foto, diffondendone a propria volta le immagini (e commettendo quindi vari reati molto gravi).
Il Corriere della Sera del Veneto scrive che tra gli iscritti al gruppo c’erano «professionisti, imprenditori, funzionari pubblici, candidati sindaci, medici, giornalisti». Sembrerebbero quindi (per fortuna) mancare — com’è auspicabile — gli insegnanti (a dispetto di tutte le calunnie che imperversano sulla categoria).
Non è il primo episodio del genere, comunque, in Italia e un po’ ovunque nel mondo. Il risultato di questa pornografia non consensuale, per la salute mentale delle vittime, può essere molto pesante: sfiducia nel prossimo, ansia, disturbi post-traumatici da stress e depressione, nonché suicidio. Il medesimo risultato di una violenza sessuale fisica.
La pornografia impazza, perché la cultura dominante è sempre più sessista, sebbene la maschera ufficiale dei più sia rispettosa e politically correct. Ciò avviene perché agli stereotipi atavici si è aggiunta una tendenza alla reificazione (intesa come trasformazione in cosa) degli esseri umani, che è tipica del capitalismo; soprattutto nella sua versione ultraliberista, imperante da mezzo secolo ormai. In nome di tale reificazione, tutto può venir trasformato in oggetto da vendere per materializzare profitti.
Ecco perché il fatturato della pornografia è stato stimato in 100 miliardi di dollari annui. Probabilmente, però, le cifre reali sono molto maggiori, e rasentano l’inestimabile.
Tuttavia il fenomeno dell’esposizione dei propri affetti (mogli, compagne, persino sorelle!) al pubblico voyeurismo (e ad ogni altra possibile perversione) supera in peggio la pornografia. Sono stati persino scoperti siti internet che espongono foto (manipolate in modo da renderle oscene) di decine di politiche italiane famose, elette al Parlamento. Un passo ulteriore nella deumanizzazione delle donne e dell’essere umano come tale.
Si può dunque pensare di contrastare efficacemente tale deumanizzazione con corsi di sessuoaffettività nelle scuole? Certo, di questi argomenti bisogna parlare con gli adolescenti. Ma cosa può fare la Scuola — istituzione che già naviga controvento — di fronte all’uragano costituito dalla strapotenza del web e dei social media?
Tuitto quanto viene insegnato a scuola in termini di valori, di civiltà, di etica, è puntualmente contraddetto nelle menti dei giovanissimi non appena escono dalle aule e mettono mano allo smartphone. Genitori del tutto inconsapevoli (o forse semplicemente conformisti) pongono gli ordigni telematici nelle mani di bimbi in tenerissima età, con l’unico intento di tenerli buoni e tranquilli. Pertanto, a nove anni molti bambini già dichiarano di aver visto pornografia online: il contatto avviene probabilmente intorno ai sette anni. Che cosa possono pensare degli adulti questi bambini? Come possono ancora confidare in loro? Come possono nutrir fiducia nei (e nelle) docenti, se per di più i loro genitori gliene parlano spesso con sfiducia palese? E come può la Scuola italiana — definanziata, screditata, vituperata per 40 anni — aver la forza di invertire la rotta su cui il Paese e il mondo sono avviati?
Ancora una volta sentiamo il dovere di ribadirlo: la preparazione culturale — quando è davvero solida e fondata sulla conoscenza di dati certi, attendibili, oggettivi — è un antidoto potente contro qualsiasi velenosa distorsione dei rapporti umani.
Ebbene, l’istituzione deputata, pensata e costruita dalla nostra Costituzione per abbattere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona, è la Scuola. Per realizzare le proprie finalità, però, la Scuola non può e non deve rinunciare alla forza della cultura e della conoscenza. Solo la conoscenza può superare il razzismo, vincere il sessismo, sconfiggere la “cosificazione” dell’essere umano e di ogni aspetto del reale: rendere, insomma, “competenti” nella capacità di relazione sana con i propri (e le proprie) simili, in un piano di realtà. Solo la cultura può indicare modi alternativi di vedere il reale, onde essere realmente sereni e realizzare la propria umanità.
La conoscenza non può perciò limitarsi ad aspetti tecnologici, senza insegnare a riflettere sulla loro utilità concreta per lo sviluppo umano: e questa riflessione dev’esser fondata sulla letteratura, sulla filosofia, sulla storia, sulla geografia, sulle scienze. Quanto, invece, nella scuola d’oggi, stiamo trascurando tutto ciò per perderci tra mille e mille pleonastiche “educazioni”? Quanto, anziché aiutare i giovanissimi a crescere, stiamo contribuendo a disorientarli?