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03.12.2025

Eduscopio, l’elenco delle scuole migliori: ma il merito è delle scuole o del contesto sociale? [INTERVISTA]

Reginaldo Palermo

E’ stato pubblicato in queste ore l’annuale Rapporto Eduscopio, uno dei prodotti più attesi della Fondazione Agnelli. Come è noto, esso costituisce la più ampia ed autorevole base dati sulle performances delle scuole italiane, misurate principalmente su due indicatori esterni. Nel caso delle scuole secondarie superiori, il criterio è distinto, a seconda che i diplomati si iscrivano all’Università ovvero si avviino al mondo del lavoro.

Ne parliamo con Antonino Petrolino, già dirigente scolastico che ha ricoperto importanti incarichi all’interno dell’ANP (Associazione nazionale presidi).

Vogliamo incominciare a spiegare in che modo si “misura”  la performance di ciascuna scuola?

Nel primo caso (passaggio all’Università), a pesare è il numero di esami universitari superati e la media con cui questo avviene; nel secondo (passaggio al mondo del lavoro), la percentuale di diplomati che lavorano stabilmente entro due anni dal diploma e il grado di coerenza fra gli studi seguiti e l’attività effettivamente svolta.
Ci sono poi degli ulteriori fattori di correzione dei risultati, che non alterano la filosofia d’insieme della ricerca. Che è, in sostanza, un’analisi del grado di corrispondenza fra le attese degli interessati e la risposta dell’ambiente in cui cercano di inserirsi.

Apparentemente sembra un meccanismo semplice è chiaro…

Sì, l’idea è semplice e al tempo stesso seduttiva: anziché basarsi sui voti assegnati dalla scuola secondaria, cui ormai nessuno presta più credito, si fonda il giudizio sull’adeguatezza dei diplomati rispetto al mondo esterno, che si tratti di quello accademico o di quello delle imprese.
Una classica ricerca sociologica, ben condotta e meglio presentata.

Tutto bene dunque?

Niente affatto, perché, come spesso accade, il diavolo tende a celarsi nei dettagli. Nel nostro caso, in un dettaglio non trascurabile: che i dati raccolti ed elaborati vengono poi tradotti, nella percezione collettiva, in una graduatoria degli istituti scolastici. E’ vero che tale modalità di lettura è frutto soprattutto della presentazione che ne fanno i giornali e le televisioni: ma insomma, il messaggio percepito è quello.
A riprova, i lettori più attenti – ed anche i “tifosi” più calorosi – non sono, come sembrerebbe logico, i genitori; sono invece i docenti ed i dirigenti delle scuole, che cercano fra le righe del rapporto motivi di orgoglio o di frustrazione professionale.

Diciamo la verità, a chi non fa piacere sapere che i propri studenti ottengono buoni risultati, all’Università o nel mondo del lavoro, dopo essere usciti dalla scuola ?

E’ comprensibile ma fino ad un certo punto perché ciò che accade dopo l’esame di Stato si fonda su un assunto tutto da dimostrare: che la scuola sia l’unico fattore determinante del successo post-scolastico, o almeno il più importante. Ma, si obietta, se statisticamente gli alunni del Liceo “x” brillano di più all’Università, ci sarà una correlazione con la scuola che ce li ha accompagnati. Post hoc, erga propter hoc, verrebbe da chiosare. Peccato che le cose non siano così semplici.

Cosa non la convince, in particolare?

Francamente a me sorprende che, a trarre queste conclusioni, siano – anche se non soprattutto – persone di scuola che meglio di ogni altro sperimentano ogni giorno nel proprio lavoro la frustrazione di misurarsi con una materia sorda ai loro sforzi. Quanto pesi nel successo scolastico l’eredità dei fattori sociali, economici e culturali di provenienza degli alunni è ben noto a chi di queste cose si è occupato per lavoro o per studio. E del resto già da molti anni l’INVALSI, come pure l’OCSE, utilizza come fattore correttivo delle proprie rilevazioni un coefficiente, denominato ESC, che raccoglie appunto elementi di contesto socio-economico sulle famiglie.

Ma allora mettere in relazione gli esiti scolastici con la qualità della proposta formativa è impossibile?

Per poter realmente correlare la qualità della formazione dispensata da una scuola con il successo formativo dei suoi allievi, servirebbe un gigantesco frullatore degli accessi, che rendesse omogenea la qualità media degli iscritti. Confrontare semplicemente gli esiti dei figli di coloro che hanno già vinto con quelli di coloro che non vinceranno mai, non è generoso né corretto. Il Visconti o il Righi – per limitarsi al caso romano – sono certamente delle scuole di eccellenza e giustamente occupano da sempre il vertice delle classifiche: purché non si dimentichi che il primo sta a due passi da via del Corso e l’altro a due passi da via Veneto. Parte non piccola della loro qualità è in ingresso: merito certamente della scuola è non disperdere quel capitale.

Nelle scuole “superiori”, per migliorare la qualità della proposta formativa, può essere utile prestare attenzione alla formazione delle classi prime?

E’ quello che accade spesso: ogni anno nella maggioranza delle scuole, e non solo in quelle dei beati possidentes, si assiste al medesimo copione. Le prime classi degli istituti superiori vengono in genere formate con il criterio detto della equi-eterogeneità: cioè facendo in modo che ognuna di esse ospiti un numero uguale, o quasi, di studenti provenienti dalla scuola media con livelli di profitto rispettivamente ottimi, buoni, sufficienti, insufficienti e scarsi.
Si fa così per due ragioni, oltre che per inerzia: perché, se si facessero classi di livello, nessuno dei docenti vorrebbe le classi degli asini; e poi perché si sostiene (e c’è persino chi lo fa in buona fede) che questa scelta assicuri l’uguaglianza delle opportunità.

Mi sembra un buon modo per iniziare, o no?

Il fatto è che nove mesi dopo, agli scrutini finali, i bocciati sono puntualmente coloro che in ciascuna classe erano entrati con i giudizi più scarsi. E quindi, di fatto, si è di fronte all’ennesima profezia che si autoavvera. La scuola ha deciso di far correre insieme gli estremi opposti e con questo ha determinato, certo senza volerlo esplicitamente, l’esito finale.
C’è da temere che non diverso sarebbe l’esito se si pensasse di realizzare l’esperimento sopra ipotizzato, quello del frullatore degli accessi. Allora i risultati medi delle scuole sarebbero molto più simili, ma le distanze si aprirebbero al loro interno.

Cosa ne possiamo o dobbiamo concludere?

Ci sono poche cose più amare da digerire – per chi ha dedicato la propria intera vita alla scuola – che il dover prendere atto che essa non ha oggi gli strumenti per agire da fattore di compensazione delle differenze sociali. Un sogno generoso che è sembrato forse vicino a realizzarsi per un numero limitato di anni, fra i Sessanta e i Settanta: ma più per l’effervescenza delle dinamiche sociali che per l’efficienza del sistema scolastico. L’amara conclusione è che è già tanto quando la scuola non ci mette del suo per amplificare i divari che le vengono consegnati in ingresso.
O forse, più laicamente: il problema della scuola non si risolve separatamente da quello del Paese di cui fa parte. Ma, di questo, né Eduscopio né altre agenzie potranno darci la chiave.

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