Papa Leone XIV, nell’omelia del 16 novembre 2025 per la Giornata Mondiale dei Poveri, ci ha ricordato che siamo chiamati a essere “coscienza critica” della società.
Un’espressione che, insieme a spirito critico, è stata pronunciata per decenni in discorsi ufficiali, linee educative, documenti istituzionali. Eppure, ogni volta che qualcuno prova davvero a esercitare quello spirito critico, con rispetto, con responsabilità, nel perimetro della legalità, emerge subito un’altra raccomandazione, quasi un avvertimento: “stai attento, potresti essere strumentalizzato”.
Come se prima ancora di esprimere un pensiero bisognasse già preoccuparsi che venga travisato, politicizzato, usato contro di te. Il risultato? Una forma di autocensura preventiva, che soffoca proprio ciò che si dice di voler promuovere. È questo il paradosso: si incoraggia ad avere coscienza critica, ma solo entro certi confini; si invita a pensare, ma purché non si disturbi; si celebra lo spirito critico, ma purché resti innocuo. Così si trasforma un valore in un ornamento retorico, una bella frase che riempie i discorsi ma che rischia di svuotarsi nella pratica. Io credo invece che lo spirito critico, quello autentico, non debba avere altri limiti se non questi: non mancare mai di rispetto, non offendere, e restare sempre dentro la legalità e la Costituzione, che è la nostra legge sovrana e civile. Tutto il resto dovrebbe essere libertà di pensiero. Libertà di parola.
Libertà di assumersi la responsabilità delle proprie idee. E la scuola, più di ogni altro luogo, dovrebbe essere una palestra dove questo si impara e si protegge: dove non ci si autocensura per timore, dove non si teme il giudizio, dove non si considerano “pericolosi” il dubbio, la domanda, la critica costruttiva. Perché una società che teme lo spirito critico è una società che si allontana da se stessa. Una scuola che non lo insegna e non lo tutela, rinuncia a una parte della sua missione educativa. Per questo sono convinto che, se davvero vogliamo essere coscienza critica, come ci ricorda Papa Leone XIV, dobbiamo poterlo essere fino in fondo, senza che nessuno ci faccia sentire in colpa o fuori posto per il solo fatto di pensare e parlare. Altrimenti restano solo parole belle, discorsi che convincono per qualche minuto ma che, nella concretezza, “lasciano il tempo che trovano”.
Bartolomeo Manno