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24.09.2025

Familia di Costabile, il regista del film italiano candidato agli Oscar è un docente: “Mestiere che mi ha aiutato tantissimo”

Ieri, 23 settembre, è stato reso noto il nome del film italiano candidato ai premi Oscar 2026 nella sezione film internazionali: si tratta diFamilia“, di Francesco Costabile. Quest’ultimo è un regista di Bologna, che insegna anche grafica in un istituto tecnico industriale della città.

Dovrà lasciare la scuola?

Ecco le sue parole, a Il Corriere della Sera: “Quello dell’insegnante è un mestiere che mi ha aiutato tantissimo come artista, perché credo che i registi debbano sempre mantenere un ancoraggio con la realtà. I miei alunni mi arricchiscono sia dal punto di vista umano che artistico”.

Dovrà abbandonare l’insegnamento? Ancora non si sa, ma lui afferma che temporaneamente lo farà, per dedicarsi al cinema, anche se ha tenuto a sottolineare: “Quello dell’insegnante è un mestiere che mi ha aiutato tantissimo come artista”.

Familia“, di cosa parla il film

Questo film, l’opera seconda di Francesco Costabile, è tratto dall’autobiografia intitolata “Non sarà sempre così” di Luigi Celeste.

La trama si presenta come un melò violento e claustrofobico con l’anima di un cupo thriller, ed è stata volutamente concepita per essere disturbante. Lo scopo è gettare lo spettatore in un’atmosfera carica di tensione, facendolo sentire un “membro esterno” della famiglia disfunzionale che viene raccontata.

Al centro della narrazione c’è una famiglia altamente disfunzionale, dominata dalla figura di Franco Celeste (interpretato da Francesco Di Leva), un padre e marito violento e imprevedibile, appena uscito di prigione.

Licia (interpretata da Barbara Ronchi), la moglie e madre, si divide tra il lavoro e i figli, cercando senza successo di allontanare il marito a causa dei suoi atteggiamenti violenti. Malgrado i tentativi di denunce e allontanamenti, Franco ripiomba più volte nella vita della famiglia, funestando la serenità di Licia e dei suoi due figli. La violenza in casa è una costante e non accenna a diminuire, con continui episodi di sopraffazione e offese, che includono botte e strangolamenti mostrati in primo piano.

Il film ripercorre dolorosamente le tappe tipiche di chi vive un simile incubo:

  • I figli, quando erano bambini, che si tappavano le orecchie a vicenda, ripetendosi: “Quando ci sono i rumori dobbiamo aspettare”.
  • I tentativi falliti di cancellazione dello stato di famiglia e le denunce.
  • Lo strappo emotivo più straziante, ovvero la scena in cui i figli vengono tolti alla madre.
  • La rassegnazione della madre a prendersi le botte per tutti, spesso incapace di respingere definitivamente il padre dei propri figli nonostante la violenza.

In parallelo al dramma domestico, scorre l’adolescenza del figlio, Luigi (interpretato in maniera superlativa da Francesco Gheghi). L’adolescenza di Luigi è destabilizzata e vissuta con rabbia. Il ragazzo sta prendendo una brutta piega: rincasa tardi la sera, è sempre di cattivo umore e frequenta neofascisti, aderendo a un gruppo di estrema destra.

Il film esplora come la violenza sia un elemento che si può ereditare, proprio come il carcere. Nonostante tutto, per Luigi si apre uno spiraglio di luce grazie a una storia d’amore (la sua fidanzata è interpretata da Tecla Insolia). Tuttavia, la narrazione suggerisce che questa serenità rischia di restare solo uno spiraglio, a causa dei continui episodi di violenza e sopraffazione all’interno delle mura domestiche.

Il punto di forza dell’opera risiede negli attori, che con le loro performance viscerali, e per l’ennesima volta convincenti (come nel caso di Barbara Ronchi), catturano il cuore dello spettatore. Le interpretazioni catapultano il pubblico nella tensione insostenibile di quelle mura domestiche, dove basta un niente per far esplodere la miccia della violenza più cieca.

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