Diciamocelo chiaramente: siamo tutti ossessionati dalla performance.
Tra podcast motivazionali e classifiche internazionali (tipo i test PISA), sembra che l’unica cosa che conti sia l’eccellenza a tutti i costi. Misuriamo il successo in modo quasi maniacale. Però, in questa corsa frenetica a metriche e risultati, stiamo lasciando indietro lo strumento più scomodo, ma anche il più onesto, per far crescere davvero i nostri ragazzi: la critica rigorosa.
Dobbiamo fare una distinzione netta, importantissima: cosa è umiliazione e cosa è sfida? La critica, anche quella che suona “dura,” non è l’opposto dell’affetto o della stima, anzi. È la prova che qualcuno ha investito nel nostro potenziale, che ci crede. Chi “tiene a noi” – e parlo di noi docenti che vediamo cosa i ragazzi possono diventare – non si accontenta di un compitino mediocre. Il nostro intervento non vuole distruggere l’autostima, ma puntare a un risultato migliore. Una critica severa, se data con fiducia, è il vero motore per l’eccellenza. Chi la rifiuta, si chiude la porta in faccia.
Accettare e poi elaborare una critica è la prima vera mossa verso la metacognizione, cioè la capacità di riflettere sul proprio modo di imparare e di lavorare. Dobbiamo aiutare i ragazzi a staccarsi dalla bolla in cui il compito è un pezzo del loro ego e a confrontarsi con uno sguardo esterno, professionale. È l’unico modo per fargli notare quelle “cecità” (gli errori più ovvi) che solo un occhio allenato, come il nostro, riesce a individuare.
È un esercizio continuo di umiltà intellettuale, la vera base di qualsiasi apprendimento. L’insegnante, in veste di “guida esperta” (alla Vygotskij, per intenderci), non fa altro che identificare il livello attuale e spingere intenzionalmente lo studente oltre la sua comfort zone, nella famosa “zona di sviluppo prossimale”. E’ scomodo, crea attrito, ma è lì e solo lì, che si espandono le competenze. Ed è qui che un ragazzo impara a fare tesoro del fallimento, trasformando un errore che gli abbiamo segnalato in una regola metodologica acquisita per sempre.
L’efficacia di un commento non sta nel quanto è edulcorato, ma nel quanto è chiaro, incisivo e specifico. Il nostro ruolo non può limitarsi a segnare un refuso e via. Dobbiamo insegnare, tramite l’esempio e il commento mirato, un approccio più rigoroso e consapevole.
Essere “duri,” in questo senso, è semplicemente sinonimo di onestà intellettuale e di investimento di tempo. Superficiale è chi commenta con severità? Superficiale è chi glissa (cioè, sorvola) sui difetti strutturali (logici, stilistici) pur di non avere problemi. Ricordiamocelo sempre: il vero atto di cura è l’esigenza di rigore. La nostra etica ci impone di non temere la reazione negativa iniziale, perché sappiamo che il nostro obiettivo finale è il loro bene duraturo.
Dobbiamo, quindi, impegnarci a educare le nuove generazioni a non limitarsi alla ricezione passiva della critica, ma alla sua rielaborazione attiva. Non si tratta di ingoiare il giudizio e basta, ma di dissezionarlo, capirne la logica, e usarlo come trampolino per il passo successivo.
È un percorso che trasforma la frustrazione in grinta, l’errore in lezione e la sottomissione al giudizio in auto-correzione consapevole. Solo così la “critica dura” smette di essere un ostacolo psicologico e diventa la bussola più affidabile. Capire e accettare che la severità ben intenzionata e rigorosa nasconde, sempre, la cura più profonda è la base per formare ragazzi competenti e resilienti.
“L’ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.” (Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa)
Questa citazione, che ha un significato enorme, ci offre una chiusura potentissima. Definisce il nostro ruolo come un atto di responsabilità condivisa. Quando uno studente sbaglia, il suo errore diventa “il problema mio” (del docente) da risolvere. La critica severa e specifica è, per Milani, l’azione politica che impedisce l’avarizia: non teniamo per noi la conoscenza corretta, ma interveniamo con rigore per permettere allo studente di “sortirne tutti insieme” — di raggiungere il livello di competenza richiesto, non da solo, ma grazie alla nostra guida esigente e curata. Trasformiamo l’isolamento dell’errore nell’impegno comune per l’eccellenza.