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21.08.2026

Femminicidi, record della vergogna: 6 in 5 giorni, mentre Vannacci vorrebbe abolire il reato. Boldrini: formare i giovani dai primi anni di scuola a rispetto e parità

Sei donne uccise in cinque giorni. Praticamente, una ogni ventiquattr’ore ha perso la cosa più preziosa che aveva, la vita, per mano quasi sempre di chi avrebbe dovuto proteggerle. È il terribile bilancio che le cronache hanno raccontato da Ferragosto ad oggi. Si chiamavano Carmela Bifano, Joanna Rouissi, Michela Rubiu, Ornella Forastefano, Tania Terrin, Maria D’Alessandro. Tutto questo accade, ha detto la senatrice del M5S e vicepresidente del Senato, Mariolina Castellone, proprio “mentre Vannacci propone di abolire il reato di femminicidio, e il Governo rimane completamente silente nonostante la gravità della situazione, da Ferragosto sei donne sono state uccise da compagni, mariti o ex fidanzati perché avevano scelto di essere libere. Continuiamo a discutere se i numeri siano in aumento o diminuzione, ma la verità vera è che siamo davanti a una piaga sociale”.

Secondo la pentastellata, “stiamo vivendo un passaggio profondo: le donne sono più libere e autonome, possono decidere di interrompere una relazione e ricominciare. Il vecchio modello patriarcale fondato sul possesso e sulla dipendenza viene messo in discussione, ma non tutti riescono ad accettare questo cambiamento. Perciò non bastano solo pene più severe dopo che una donna è stata uccisa: servono prevenzione, protezione, educazione affettiva e al rispetto fin dalla scuola per evitare che ciò accada”.

Secondo la deputata Laura Boldrini (Pd), presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo, ci troviamo davanti ad “una situazione da lutto nazionale, in un Paese che non riesce ad arginare questa piaga sociale che uccide più della criminalità organizzata. Una scia di sangue che lascia sgomenti, che dimostra come purtroppo le singole norme, per quanto necessarie, non bastano a fermare la mattanza”

Ed è molto grave, sostiene Boldrini, quando “le avvisaglie della violenza e i fattori di rischio sono spesso sottovalutati da chi deve predisporre la protezione della donna”.

Per questo, ha proseguito l’ex presidente della Camera, “è indispensabile e non più rinviabile mettere in atto un piano nazionale di formazione specifica e obbligatoria per chi si occupa di violenza di genere, forze dell’ordine, magistrati, servizi sociali, servizi sanitari, ecc.”.

“Al contempo – conclude Boldrini – è altrettanto evidente che il problema della violenza sulle donne sia di origine culturale e che per estirparlo sia imperativo formare i giovani fin dai primi anni di scuola al rispetto e alla parità. Così come servirebbe una capillare e articolata campagna di sensibilizzazione sui media, sui mezzi di trasporto”, in tutti gli “istituti scolastici, in tutti gli enti pubblici. Se non si agisce in modo organico, coinvolgendo tutti gli aspetti e gli ambiti della prevenzione, non si riuscirà a ottenere quel cambio di passo necessario per sradicare la mentalità patriarcale alla base della violenza contro le donne”.

“Per le donne questo mese di agosto si sta rivelando davvero terribile – ha detto Daniela Sbrollini, senatrice di Italia Viva -: i casi di femminicidio sono già sei. Quello di Tania Terrìn, in particolare, rappresenta un emblema negativo rispetto all’applicazione del Codice Rosso. Emerge infatti che Dino Keber, l’uomo che ha stroncato la vita di Tania, era stato denunciato da altre quattro donne, finite per colpa sua al pronto soccorso. La madre di Tania racconta anche di un trattamento psichiatrico. Com’è possibile che segnali del genere siano stati trascurati o sottovalutati? È chiaro che il sistema della prevenzione non ha funzionato”.

“L’idea di Nordio – prosegue Sbrollini – di mandare gli ispettori è doverosa ma non può certo bastare. Il ministro venga in Parlamento a spiegare quali sono le falle nella rete di prevenzione. Ma non solo: il governo deve assolutamente farsi carico del problema, tenendo presente anche il contributo offerto sul tema da Iv con una proposta di legge. Certo, il silenzio dell’esecutivo, oltre che inaccettabile, è preoccupante. Non vorremmo che, anche qui, per tenere testa alle sparate di Vannacci, che addirittura propone di cancellare il reato di femminicidio, si preferisca voltare la faccia dall’altra parte”.

“I femminicidi – ha commentato Gessica Allegni, assessora alle Pari opportunità della Regione Emilia Romagna – non sono una tragica fatalità, sono un fenomeno radicato che spesso cresce nel controllo, nelle minacce, nella sopraffazione e nell’idea inaccettabile che una donna possa essere considerata proprietà di qualcuno”.

“Ogni volta che una donna trova la forza di chiedere aiuto, le istituzioni devono essere pronte a fare la propria parte” sollecita Allegni.

“Non possiamo affidare la sua sicurezza soltanto al coraggio di denunciare. In particolare, il femminicidio di Tania Terrin ci pone ancora una volta una domanda che le istituzioni non possono eludere: che cosa accade dopo che una donna chiede aiuto?”.

Ad uscire allo scoperto è stato anche il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna, denunciando come “sulla stampa e sui social”, in queste ore siano apparsi commenti “inaccettabili” che colpevolizzano Terrin perché, secondo alcune ricostruzioni, “perdonava” Dino Keber.

Ma, aggiunge il Coordinamento, “il comportamento della vittima non può mai diventare una giustificazione della violenza subita”.

“La commissione sul femminicidio presieduta da Valeria Valente nella scorsa legislatura – prosegue il Coordinamento – aveva evidenziato come nella quasi totalità dei casi in cui una donna era stata uccisa, i centri antiviolenza non erano stati coinvolti. Sono presidi fondamentali nei percorsi delle donne”. Inoltre, “ospitare le donne nelle case rifugio, quando è necessario. È fondamentale investire nella formazione, nel coordinamento tra istituzioni e centri antiviolenza, nella valutazione del rischio e nel rafforzamento delle risorse destinate alla prevenzione e alla protezione”.

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