Ha ancora senso assegnare voti a raffica a maggio, ultimo mese pieno di scuola, anche nei casi in cui un alunno non debba recuperare? Questo è ciò che si chiede Valentina Petri, docente e content creator, che ha detto la sua su un post Facebook.
“Riflessione amara dell’ora buca del lunedì. Io ho abbastanza voti, ho interrogato abbastanza volte, ho un’idea molto chiara dei miei studenti. È il quattro maggio, ci sono ancora poco più di venti mattinate di scuola e io non avrei più bisogno di niente, so chi si impegna e chi arranca.
Io a questo punto (in realtà anche prima, eh) vorrei insegnare delle cose, raccontare storie, spiegare poesie, leggere racconti. Lo valuta? Mette il voto? C’è la verifica? Interroga? Fa le programmate? Vorrei dire no. Non perché io sia una di quelle contrarie ai voti brutti cattivi e ansiogeni, il voto valuta un livello di conoscenza, una prestazione, un traguardo più o meno raggiunto; semplicemente vorrei non mettere più voti perché adesso non mi servono più, o almeno non così tanti, non adesso, e soprattutto non credo che ogni cosa, ogni virgola, ogni film, ogni approfondimento debba essere oggetto di verifica.
Ma loro sì. Se una poesia, se un testo, se un argomento non sono monetizzabili, se non si trasformeranno in un numero da sommare agli altri numeri per poi dividerli e fare media, allora sono nulla, allora non valgono la pena. Di tutta la follia del finale di stagione scolastico al mese di maggio, questa è la cosa che mi fa arrabbiare di più, la necessità ricattatoria di attribuire un punteggio non per accertarmi della comprensione di un argomento, ma per avere in cambio una briciola di attenzione.
E tante cose sono colpa della scuola, ma questo credo di no. L’idea che quello che si insegna a scuola sia sostanzialmente inutile di per sé, ma serva soltanto per avere un numeretto in cambio che permette di passare al livello successivo del videogioco, questa è un’idea che arriva da fuori le mura scolastiche. L’opinione pubblica si indigna tantissimo quando si toccano i programmi scolastici, si scoprono tutti pedagogisti, ma sul serio dei contenuti importa a qualcuno?
O in fondo aleggia l’idea che la scuola sia un posto dove della gente che non ha idea di come si facciano i soldi si ostina a spiegare cose che non servono per fare i soldi, e quindi pazienza? Perché a scuola si dovrebbe insegnare anche il bello di per sé, il superfluo. Il curioso, il bizzarro. L’insolito, il particolare. Anche l’inutile. Ma se non ne riconosciamo l’importanza, allora è inutile davvero”.
Ogni docente, nella propria materia, assegna un voto in base ai propri, personali criteri. Gli studenti, quindi, non dovrebbero, secondo la docente, far troppo caso a questo numero. Purtroppo, però, ciò accade eccome. Ecco cosa ha detto la docente tempo fa: “Perché c’è il collega che fa dodici verifiche a quadrimestre, e quello che ne fa due, perché c’è chi dà tre valutazioni a verifica tenendo in considerazione cose diverse e chi invece inserisce un voto che è già una media. Perché c’è chi dieci non lo dà e chi sì. E perché i voti non sono i ragazzi. La stramaledetta media che si mostrano con orgoglio, e di cui discutono nelle chat, e con cui si prendono anche in giro, è solo un numeretto frutto di un calcolo matematico malfatto”.
Secondo la Petri ogni voto ha dietro un certo ragionamento, in ogni numero si dovrebbe riuscire a racchiudere non solo i risultati raggiunti dai ragazzi ma anche tanto altro: “In quel numero ci devono stare dentro i progressi fatti e le paure vinte. Deve sintetizzare un percorso, non essere un marchio di qualità o d’infamia. Il voto va benissimo, ma deve avere un senso e se ce l’ha va spiegato, altrimenti sembra soltanto un numero della tombola, quel rito un po’ trito che fanno al tavolo dei grandi. Dove, alla fine, non si vince niente”, ha concluso.
“Ma con la media del registro impietosa e spietata i ragazzini ci giocano, controllano se la prof ha caricato dei voti la sera di Capodanno sentendosi migliori per uno zero virgola, e prendendosi in giro per un virgola nove. Senza stare a guardare il come, il cosa, il perché”, ha continuato con amarezza l’insegnante, facendo notare che spesso i ragazzi controllano in modo compulsivo il registro elettronico anche in momenti di relax o di festa.