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Formazione sulle tecnologie: ma è proprio necessario?

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Fra le anticipazioni relative ai provvedimenti sulla scuola che dovrebbero essere varati dal Consiglio dei Ministri nella giornata del 12 marzo ce n’è una che ci colpisce non poco.
Si parla di investire risorse economiche (e non solo) per migliorare le competenze digitali dei docenti.
Ci sembra un obiettivo apparentemente molto nobile ma che, se bene analizzato, appare poco realistico e alquanto debole.
Le obiezioni che si possono avanzare sono più di una.
La più banale riguarda le dotazioni tecnologiche: a che serve formare i docenti se poi le dotazioni effettive delle scuole (soprattutto della primaria e della secondaria di primo grado) sono piuttosto modeste? 
Forse, né Renzi né il ministro Giannini sanno che molto spesso nelle scuole primarie ci sono computer vecchi e stampanti che funzionano solo grazie al fatto che sono gli insegnanti stessi a comperarsi di tasca propria le “cartucce” di inchiostro (anzi in molti casi i docenti si stampano il materiale a casa propria).
Basta frequentare facebook per sapere che anche il registro elettronico regge solo perché molti insegnanti lo compilano da casa utilizzando il proprio PC e la propria connessione.
Ma c’è una questione pedagogica e culturale fondamentale: siamo proprio sicuri che la carenza da colmare sia quella della formazione nell’ambito delle tecnologie?
Vogliamo fare un elenco di competenze che forse sarebbe altrettanto importante sostenere e migliorare ?
Per esempio oggi i docenti sono sempre più in difficoltà a gestire i rapporti con le famiglie e quindi pensare a percorsi formativi centrati sul tema della relazione non sarebbe poi del tutto fuori luogo. Basta parlare con gli insegnanti per sapere che le domande prevalenti non riguardano l’uso del PC o della LIM; per esempio: come si fa a mantenere viva l’attenzione degli alunni, come li si può motivare ad apprendere, come si fa a promuovere la cooperazione e la collaborazione, come si possono realizzare forme di apprendimento fra pari, come si gestiscono le classi con alunni di 5 etnie diverse, come fare per rendere davvero formativi i processi di valutazione; e potremmo continuare ancora a lungo.
Certo è che lanciare un programma nazionale di formazione sulla multiculturalità, sul valore della cooperazione e sulla valutazione formativa non consente di ottenere un passaggio in un talk show in prima serata e neppure uno spazio sulle prime pagine dei quotidiani. 
Molto meglio, allora, un po’ di bla bla sulle “magnifiche sorti e progressive” delle tecnologie, poco importa se poi i problemi veri delle scuole sono ben altri.