Espèrance Hakuzwimana Ripanti è nata in Ruanda nel 1991, Paese che proprio in quegli anni ha vissuto il dramma del genocidio, che nell’arco di circa 100 giorni, tra la prima settimana di aprile del 1994 alla metà di luglio dello stesso anno, provocò la morte di circa un milione di uomini, donne e bambini, appartenenti alle etnie ruandesi degli Hutu e dei Tutsi. Fino a tre anni è rimasta in un orfanotrofio gestito da un’associazione italiana, e dopo l’adozione è cresciuta in provincia di Brescia. Ha studiato all’università di Trento, e nel 2015 si è trasferita a Torino, dove ha frequentato la Scuola Holden.
Autrice di numerosi volumi, che attraverso stili e narrazioni differenti trattano temi spesso autobiografici partendo frequentemente dall’autoriflessione, attraverso la parola vuole raggiungere gli altri, soprattutto i più giovani, in un percorso di formazione continua verso la creazione di valori multiculturali.
Hakuswimana Ripanti fa parte del movimento “Il Razzismo è una brutta storia”, che lavora con bambine e bambini, ragazze e ragazzi, associazioni, scuole, carceri e biblioteche per smontare gli stereotipi alla base di tutte le discriminazioni.
Abbiamo chiesto alla scrittrice italo ruandese di raccontarci del suo impegno come attivista culturale e come promotrice di consapevolezze e conoscenze, soprattutto quando incontra le scolaresche.
Spesso al centro delle sue narrazioni c’è la scuola, ricordiamo per esempio il suo libro “Tra i bianchi di scuola, voci per un’educazione accogliente”, partiamo proprio da questa sua pubblicazione del 2024, e partiamo dal titolo significativo e sfidante. Quali sono le voci di cui parla?
Sono sempre contenta che il titolo che ho scelto faccia da breccia per un testo del genere! Per me era inevitabile e troppo importante mettere al centro il senso di solitudine e di rivalsa delle generazioni di ragazzi e ragazze con background migratorio che hanno frequentato, frequentano e vivranno in futuro la scuola italiana. Le loro voci da studenti e studentesse isolati, non capiti, ostracizzati, non visti, derisi e sminuiti per me sono state importanti da raccogliere e da inserire all’interno di questo testo corale. Perché la scuola italiana è fatta anche dalle loro vite, si riempie anche delle loro esperienze e continua ad esistere grazie ai loro talenti e alle loro culture plurali, contaminate e vive.
Nelle sue opere ritorna spesso il tema autobiografico dell’adozione e narra il suo vissuto di bambina e poi ragazza nella scuola italiana. Può darci qualche spunto di riflessione, rivolto soprattutto ai docenti che spesso sono sprovvisti di risorse per creare le condizioni per un’accoglienza autentica ed efficace?
Mettere al centro l’alunno/a ancora prima della sua esperienza, combattere con i bias/pregiudizi che si possono avere nei confronti dei racconti dell’adozione internazionale/nazionale, ricordarsi che si può perpetuare il razzismo con un pensiero, una parola, un commento e non solo con insulti e discriminazioni esplicite e ricordarsi che una persona adottata lo è per tutta la vita: e per tutta la sua esistenza – anche a scuola, soprattutto a scuola nel momento di confronto, racconto di sé, crescita identitaria, vivrà con la dualità della perdita e della salvezza, dell’abbandono e della gratitudine, del senso di solitudine e quello di appartenenza.
Pensando ai suoi frequenti incontri con le classi quali sono i tratti salienti di queste esperienze? Avrebbe un aneddoto in particolare da raccontarci?
Cerco di incontrare più classi possibili. Un aneddoto solo non basterebbe a raccontare e a rappresentare la pluralità che io oggi trovo nelle classi italiane di qualsiasi ordine e grado. Potrei parlare dell’umanità, del plurilinguismo tra i banchi di scuola, della fatica di tenere insieme i due mondi della cultura italiana e della cultura di origine, del menefreghismo delle etichette che gli adulti troppo spesso mettono addosso ai propri alunni per capirli, circoscriverli, fermarli senza avere il coraggio o la creatività di immaginarli in un processo condiviso, ma posso parlare anche degli insegnanti illuminanti e illuminati che osano, che lottano da soli, di un gruppo di ragazzi di un istituto professionale di provincia organizza in autonomia il più bel festival letterario a cui ho partecipato o di una bambina che mi dice “per la prima volta ho trovato il mio nome dentro a un libro”. La scuola è un organo troppo vivo per bloccarlo in un frame soltanto, per questo cerco di tornarci ogni volta che posso: è sempre uno spettacolo bello da guardare.
Quale messaggio vorrebbe condividere con il Ministero dell’Istruzione e del Merito a proposito delle politiche di accoglienza di bambini e bambine che vengono da altri Paesi, culture, lingue?
Non si può fermare il presente col passato. Il futuro ci ha già superati e forse in questo momento è bene decidere da che parte stare del cambiamento. Per esempio accoglierlo e viverlo.