Sono trascorsi 50 anni da quel tragico 2 novembre del 1975, quando il cadavere di Pier Paolo Pasolini veniva rinvenuto all’Idroscalo di Ostia su segnalazione alla polizia di una donna del luogo. Fu chiamato a riconoscerlo Ninetto Davoli, giovane attore prediletto dal regista ma anche poeta e soprattutto intellettuale scomodo, barbaramente ucciso a 53 anni.
La polizia accertò che era stato selvaggiamente picchiato e poi travolto con la sua stessa automobile, un’Alfa Romeo Giulia GT.
Fu fermato poco dopo un ragazzo di diciassette anni, Giuseppe ‘Pino’ Pelosi, alla guida proprio di quell’Alfa che l’aveva travolto e ai primi interrogatori confessò l’omicidio, raccontando di una lite degenerata in violenza, dal momento che Pasolini era notoriamente omosessuale, nonostante un amore, a lungo raccontato, con Maria Callas, Medea in un film scritto e diretto da Pasolini.
Tuttavia ci volle poco per capire che quel racconto era lacunoso e con troppe contraddizioni per una verità fin tropo semplice, e infatti solo dopo molti anni lo stesso Pelosi racconterà un’altra verità, mentre tutto il mondo della cultura italiana, e non solo, si rese subito conto del vuoto intellettuale che la scomparsa di Pasolini lasciava in Italia.
In ogni caso rimaneva, e ancora rimane, a 50 anni da quel giorno, dopo inchieste, film e libri, che hanno cercato di scavare e continuato a scavare, la domanda: perchè quell’assassinio, chi lo volle e in quanti vi parteciparono.
Se lo chiese Marco Tullio Giordana nel suo film “Pasolini, un delitto italiano” o la scrittrice Oriana Fallaci che già nel 1975 aveva ipotizzato un complotto più ampio, forse politico. Ma se lo chiesero altri intellettuali e giornalisti, ipotizzando alcuni regolamenti di conti legati alla sua attività di giornalista e regista, altri che sarebbe stato il suo stesso tenore di vita, tra sregolatezze e attrazione per il pericolo, a condurlo a quella fine così violenta.
Ma cinquant’anni dopo ancora tanti dubbi rimangono e le nuove indagini, archiviate definitivamente nel 2015, non hanno prodotto elementi decisivi, se non alcune tracce di Dna di incerta interpretazione.
Cosa rimane allora di Pasolini? Il suo grande amore per i deboli, gli oppressi mentre le sue attenzioni per i “ragazzi di vita” dimostra la sua volontà di riscattare le classi meno abbienti, compreso l’uso del dialetto, che è parte essenziale della cultura del popolo, nelle sue poesie, e che sarà motivo di dibattito con Leonardo Sciascia, convinto assertore dell’italiano.
Ma rimane pure il suo messaggio artistico nel cinema, nonostante le grandi contraddizioni in cui si impelagò con la “Trilogia” dei racconti, mentre lascò perplessi, suscitando infinite polemiche, con accluso scaldalo, quel “Salò o le 120 giornate di Sodoma”.
Disse Alberto Moravia: “fu simile alla sua opera e dissimile da essa”: simile per la tragicità e la violenza della fine, dissimile perché Pasolini non era uno dei suoi personaggi marginali, ma una delle coscienze più lucide e feroci del Novecento italiano.