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03.02.2026

Il bambino prima di tutto: la straordinaria lezione di Maria Rita Parsi

Monica Piolanti

L’improvvisa scomparsa di Maria Rita Parsi non è soltanto la perdita di una voce autorevole nel panorama della psicopedagogia contemporanea; è lo strappo violento di un velo che per decenni ha protetto, narrato e difeso l’universo fragile dell’infanzia.

Scrivere di lei oggi, per chi vive la scuola e l’educazione come una missione civile, significa misurarsi con l’eredità di una donna che ha saputo trasformare la clinica in impegno sociale, portando il dolore dei bambini fuori dalle stanze chiuse della terapia per proiettarlo nel cuore pulsante del dibattito pubblico.
La sua figura ha rappresentato un ponte necessario tra la profondità dell’analisi psicologica e l’urgenza dell’azione educativa, ricordandoci che ogni teoria è vana se non si traduce in un atto di amore consapevole verso le nuove generazioni.

La Parsi ci lascia un monito che risuona come un imperativo categorico: i bambini prima di tutto.
Non è uno slogan, ma una postura dell’anima e del pensiero. In un’epoca dominata dall’iper-connessione digitale e da una paradossale solitudine emotiva, lei aveva capito prima di altri che la vera emergenza non è tecnologica, ma relazionale. Il suo “addio” ci costringe a guardare in faccia l’ipocrisia di una società che si dice a misura di bambino, ma che spesso relega i più piccoli a meri accessori del desiderio adulto o, peggio, a bersagli di una violenza psicologica sottile.
Questa violenza, che lei definiva magistralmente come la “mancanza di cura”, non è fatta solo di gesti eclatanti, ma di omissioni, di silenzi assordanti e di quella fretta contemporanea che nega al bambino il diritto fondamentale al tempo e all’ascolto.

L’ultima lezione che ci consegna riguarda la natura stessa del bullismo, inteso non solo come fenomeno tra pari, ma come riflesso di un’aritmia affettiva che nasce spesso tra le mura domestiche. La Parsi ha avuto il coraggio civile di denunciare come la violenza sia un linguaggio che si impara nel silenzio dei corridoi di casa, nell’assenza di uno sguardo che sappia realmente “vedere” l’altro. Educare, per lei, significava “abitare la cura”, ovvero trasformare lo spazio educativo in un luogo di protezione attiva, dove il limite non è castigo, ma perimetro di sicurezza.
Per lei la pedagogia non era una scienza fredda, ma una “pedagogia della testimonianza”, dove l’adulto si assume la responsabilità di essere un modello credibile, una guida emotiva capace di contenere le tempeste dell’infanzia e dell’adolescenza senza reprimerle, ma dando loro un nome e un senso.

In questo scenario, il ruolo della scuola diventa centrale e drammatico al tempo stesso. Maria Rita Parsi vedeva nell’istituzione scolastica l’ultima trincea contro l’imbarbarimento dei sentimenti.

Non una scuola del rendimento e dei test, ma una scuola della relazione, dove il “corpo insegnante” potesse davvero farsi corpo, presenza, calore.
Ci ha insegnato che l’istruzione senza educazione emotiva è come un edificio senz’anima: può anche essere tecnicamente perfetto, ma rimarrà sempre gelido e inospitale.
Il suo lavoro incessante con la Fondazione Movimento Bambino ha dimostrato che è possibile costruire una rete di salvataggio nazionale, un’alleanza tra scuola, famiglia e istituzioni che metta fine alla frammentazione degli interventi e rimetta al centro l’unico interesse superiore: il benessere psicofisico del minore. La sua scomparsa lascia un vuoto che può essere colmato solo da un sussulto di responsabilità collettiva. Non basta commemorarla con la retorica del lutto; occorre radicalizzare il suo messaggio, portandolo nelle pieghe dei regolamenti scolastici, nei piani dell’offerta formativa, nella formazione stessa dei docenti. Dobbiamo avere la forza di riportare l’empatia al centro del curricolo, non come materia sussidiaria o progetto una tantum, ma come fondamento ontologico di ogni apprendimento. Un bambino che impara a conoscere le proprie emozioni è un adulto che non avrà bisogno di usare la violenza per affermare se stesso. Questo era il cuore della sua “psicopolitica”: l’idea che la salute di una democrazia si misuri dalla qualità dell’infanzia che essa è capace di generare e custodire.

La Parsi ci ha lasciato un manuale di sopravvivenza affettiva che oggi più che mai è necessario sfogliare con umiltà. Ci ha ricordato che un bambino non ascoltato è una ferita aperta nel futuro della società. Se oggi ci sentiamo smarriti davanti alla sua poltrona vuota, è perché sapevamo che lei era la sentinella dei diritti di chi non ha voce, la voce di chi viene spesso ignorato nei grandi piani macroeconomici. Ora quella sentinella siamo noi. Il testimone è passato: spetta a noi, docenti, educatori e intellettuali, impedire che il rumore del mondo soffochi ancora una volta il sussurro di un bambino che chiede semplicemente di essere riconosciuto nella sua interezza. Il miglior modo per onorarla è smettere di parlare dei bambini e ricominciare a parlare con loro, con la stessa dignità, lo stesso rigore e la stessa infinita tenerezza che hanno reso Maria Rita Parsi una gigante della nostra cultura e una madre per il pensiero pedagogico italiano.

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