Breaking News

Il buon senso e il senso comune, fra Manzoni e Dante, ma anche fra Gramsci e la scuola di Francoforte

Pasquale Almirante

Dal buonsenso, trattato con riguardo dalla ragione, quando deve scavalcare i dogmi, si passa al senso comune, che è il sentire dell’opinione pubblica, quando rimane dentro certi ambiti e non scivola nella demagogia, come in qualche modo ricorda il Manzoni nei Promessi sposi: “il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune”. Perché scadere dal buon senso al senso comune è un attimo, considerato pure che il secondo si può confondere col primo, a seconda del cotesto, che non bisogna mai scordare.

E infatti qui sta il problema, anche in riferimento al libro del ministro, “La rivoluzione del buon senso per una scuola migliore”. 

Perché, paese che vai buon senso che trovi; ma non solo, classe politica che governa, buon senso che diffonde; per cui, se appare di buon senso bocciare lo studente che rifiuta di affrontare l’orale agli esami di stato per protesta, smonta invece il comune senso della protesta nei confronti di chi la estrinseca in una forma particolare, sui generis, mai vista prima. 

E infatti, quanto il buon senso è “buono” in rapporto al contesto? 

In rapporto all’etimologia, “senso” è la “potenza o facoltà per la quale l’anima mediante un moto nervoso percepisce gli oggetti esterni”. Figurato, si riferisce anche all’appetito e alla sensualità, ma è anche usato per intelletto, intelligenza, senno, che è il senso della ragione, come in qualche modo riferisce Dante: “Queste parole di colore oscuro vid’io scritte al sommo di una porta, perch’io: maestro, il senso loro m’è duro”, nel senso del significato. Dunque, riepilogando, il buonsenso può significare anche dare significato, buono, alle cose e pure senno comune, raffinato e purgato dalla meditazione e dallo studio. 

In ogni caso da senso, derivano: sensato, sensismo, sensitivo, sensorio e perfino sensuale, come più sopra detto.

Tuttavia, il buon senso, per sua natura intrinseca, declama pure qualcos’altro, perché, essendo di donazione comune, vuol pure significare che cultura e intelligenza di chi lo pratica vengono stimate poco. E non si dice infatti: con un po’ di buon senso tutto si risolve? E se c’è lui, cultura, studio, istruzione servono a poco: omnia vincit buon senso.   

E allora cadere nell’equivoco che, per persona di buon senso si intenda un individuo con intelligenza e cultura limitata, è un colpo.

Ma si può pure intendere, con buon senso, il comune senso dell’uomo/donna che accetta la realtà così come la trova, tacendo, per esempio, proprio perché il buon senso lo guida per evitare conseguenze peggiori. Agisce, in altre parole, per convenienza o per paura che le cose si possano complicare a suo danno. 

E non solo, essendo il buon senso figlio del contesto e della realtà storica contingente, esso è plasmato e imposto dall’alto, da quella cultura della classe dominante di cui parlava Antonio Gramsci e che appare un modo “sensato” per tenere buono il popolo o la classe subalterna. 

Ma il buon senso, riesce pure a distinguere il vero dal falso, il razionale dal suo opposto? Basta seguire la logica, si può rispondere. 

Ma chi stabilisce quella logica? E la sua correttezza?  

Per questo alla fine il cosiddetto buon senso viene determinato dai canoni della cultura dominante che lo gestisce secondo i suoi parametri e la sua, direbbe la filosofia di Francoforte, Weltanschauung.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate