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Il significato politico del voto di fiducia sul DdL Scuola

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Il voto di fiducia espresso dal Senato della Repubblica sul DDL scuola può ben essere giudicato, nel complesso di una valutazione possibile relativa al merito e al metodo, come un punto di vera e propria “cesura” nella storia della democrazia parlamentare italiana.

Prima di tutto il metodo seguito dal Governo e dal gruppo di maggioranza relativa ha dimostrato, come era del resto già capitato con il disegno di legge riguardante la modifica del sistema elettorale, il più totale disprezzo per l’istituto parlamentare e le regole di una democrazia basata sul dibattitto e il confronto nelle sedi designate per la rappresentanza delle idee politiche articolatamente espresse nella società italiana, come previsto dalla Costituzione Repubblicana.

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Un metodo che si accompagna con le origini di questo Parlamento eletto sicuramente in maniera non legittima (come ha stabilito la sentenza n.1/2015 della Corte Costituzionale) e che esercita le sue funzioni, sotto quest’aspetto, sul “filo del rasoio” (la stessa sentenza già citata parla di legittimità del Parlamento soltanto in funzione della “continuità dello Stato”).

In un Parlamento corroso dalla “questione morale” e da livelli insopportabili di trasformismo si salvano i sottosegretari dall’arresto (mantenendone un certo numero di inquisiti) e si assumono, a colpi di voto di fiducia, decisioni che riguardano l’intera prospettiva della vita democratica del Paese e di settori di grandissima delicatezza come – appunto – quello della scuola.

Qualcuno l’ha scritto ed è necessario confermare: Renzi ha dimostrato, in quest’occasione, tutto il suo disprezzo per l’istituzione parlamentare legittimando in pieno chi sostiene che, da tempo, l’Italia sia caduta in preda di un vero e proprio regime autoritario.

Questo processo di involuzione si verifica, per di più in un quadro di vero e proprio imbarbarimento complessivo come dimostra la vicenda dei migranti, aprendo la strada alla destra più bieca e repressiva, oppure al populismo di più basso profilo.

Al riguardo del DDL scuola non si è minimamente tenuto conto della ferma opposizione, ben dimostrata in queste settimane, da tutti i settori interessati alla materia: certo non si può parlare di resistenze corporative.

La scuola interessa (e vi è coinvolta) l’intera società nelle sue diverse articolazioni: insegnanti, studenti, famiglie.

Tutti questi soggetti sono stati umiliati, respinti, addirittura ricattati con la storia dell’assunzione dei precari in un’espressione di delirio di onnipotenza e di visione “muscolare” della politica che serve oggi come oggi a esercitare la logica della sopraffazione, ma che comunque ha già dimostrato di avere poca strada davanti a sé come hanno cominciato a indicare gli stessi, pur parziali, recenti risultati elettorali.

Poi è da valutare appieno il merito del DDL, in particolare su di un punto fondamentale che è quello dell’assetto complessivo dell’istituzione scolastica che sarà fondata, da un lato, sulla “logica del comando” e dall’altra sull’obbedienza e l’osservanza dei principi stabiliti dall’alto (perché metodo di selezione degli insegnanti e logica del “merito” questo vogliono dire e non altro).

Non si può neppure parlare di “pagina buia”, siamo in questa occasione a voltare pagina e libro per incamminarci sulla via di un autoritarismo e di un’omologazione complessiva ai voleri del Capo che intende esercitarli attraverso una struttura di “neo – feudalesimo” all’interno di un sistema ben degno della tragica stagione che precedette la fase della elaborazione della Carta Fondamentale della Repubblica.

Ed è molto triste sentire quegli esponenti del PD che adesso escono dal Partito dichiarare :” ci siamo illusi”, quando tutto era ben chiaro dall’inizio.

L’espressione “vocazione maggioritaria” usata al Lingotto di Torino nel 2007 indicava già la strada perché questo Partito prestasse facilmente il fianco ad avventure del genere, agite nella logica del “potere per il potere” che ne rappresenta la cifra distintiva, senza alcun riguardo per la rappresentanza politica della società (anche soltanto in forma interclassista) e la pluralità delle opinioni articolatamente esprimibili nelle opportune sedi istituzionali pur attraverso la formazione di adeguati e necessari livelli di mediazione.

Non aver compreso questo, da subito, è responsabilità gravissima: tale da cancellare qualsiasi possibilità di nuova rappresentanza formata da soggetti che siano passati attraverso la presenza e la corresponsabilità anche parziale all’interno di questo meccanismo.

Ciò al di là dei temi di carattere ideologico, politico, di espressione programmatica.