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Il tempo scuola nell’era del covid

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Nei libri di pedagogia didattica si legge che “tutto il tempo scuola deve essere tempo di apprendimento”.

Le ore che i ragazzi trascorrono a scuola non possono avere vuoti formativi, ed anche la ricreazione, momento di socializzazione e di amicizia condivisa, è un’opportunità formativa.

I bravi pedagogisti insegnano che anche le ore di supplenza sono “opportunità formative” e non tempo fermo, libero o come spesso accade, “tempo perso”, da rendere veritiera l’espressione dei ragazzi, quando, tornando a casa e gettando la cartella per terra, alla domanda della mamma che chiede “cosa avete fatto oggi a scuola” la risposta immediata è: “Niente!”

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Leggendo il diario di un ragazzo di scuola secondaria di secondo grado si registra come l’emergenza Covid-19 e le restrittive norme di prevenzione dei contagi abbiano fortemente contratto il tempo di lezione, spazio dedicato all’insegnamento e momento privilegiato di apprendimento.

L’ora di lezione si riduce da sessanta a quarantacinque minuti per consentire le procedure di areazione, igienizzazione e cambio dei docenti.

Quel che è peggio si registra nel constatare che questa riduzione formale,  di fatto è ancor più contratta a quindici minuti, caricata di procedure burocratiche per la prevenzione: la registrazione della scheda di presenza, la consegna al collaboratore scolastico, l’attivazione del computer, il collegamento alla rete, spesso ballerina,  della scuola , la registrazione degli alunni presenti ed avvio al collegamento on line con gli alunni che non sono in presenza.

Per la carenza degli spazi nelle aule, il Consiglio d’Istituto ha deliberato la didattica mista e integrata e la classe è stata divisa in gruppi di dieci.

 Nell’attivare il collegamento con gli studenti che sono a casa il tempo non è misurabile o prevedibile e, quando finalmente sembra che tutti siano collegati , arriva il messaggio in chat di chi ho perso la linea, non sente l’audio, non comprende la spiegazione del docente.

Intanto l’orologio non si ferma e siamo arrivati a 35 minuti, ne mancano 10 per il cambio ora.

Con questi presupposti che non sono teorici, ma pesantemente reali e veritieri, si registra che l’insegnamento non è più, come affermava J.Guilbert “interazione tra lo studente e l’insegnante, sotto la responsabilità di quest’ultimo, allo scopo di facilitare le modificazioni previste del comportamento dello studente e quindi del suo modo di pensare, di sentire e di agire “

Non c’è il tempo per pensare, manca lo spazio di assimilazione e di rielaborazione, si riduce il tempo della comunicazione, si delega al lavoro personale a casa il compito della ricerca e dell’approfondimento, quasi una diffusa operazione surrogata di flipped classroom, strategia didattica che va condotta con competenza e professionalità.

Voler salvare la faccia e dire che tutto va bene, sembra proprio una strategia non veritiera, in contrasto con l’azione formativa della Scuola che insegna le cose vere.

L’accomodamento, l’arrangiamento, il tentare di fare qualcosa, non corrisponde alla dimensione della progettualità della scuola, protesa ad un traguardo di qualità e di competenze che tutti gli studenti hanno il diritto e il dovere di conseguire.

L’emergenza coronavirus, che ha messo sotto scacco la società e l’economia, ha cancellato nella parola “scuola” la lettera “c” e quindi considerata “suola” può essere facilmente calpestata e trascurata, o trattata come una pantofola da usare in casa e non per uscire con il vestito della festa.

La “c” che è caduta dalla parola scuola, l’ha riportata come “cenerentola”, ma ancora deve arrivare l’invito alla festa, la prova della scarpetta e intanto…. Il tempo passa e non ritorna indietro.

Il percorso scolastico conta gli anni anagrafici, che spesso non corrispondono agli anni di apprendimento e di sviluppo di nuove competenze e gli eventuali recuperi sono soltanto delle pezze al vestito e non sempre di buona fattura.

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