L’attualità ci pone di fronte a dati che non possiamo ignorare, come quelli recentemente emersi e riportati, che descrivono un panorama dell’inclusione scolastica segnato da contraddizioni e urgenze. Si parla di un allarme rosso per l’inclusione dei disabili, evidenziando che quasi un terzo dei docenti, pur esprimendo favore per l’inclusione, segnala di sentirsi abbandonato e non supportato. A questo si aggiunge la preoccupante crescita degli alunni con disabilità, con un aumento del +26% in cinque anni. Se da un lato il trend demografico dei bisogni speciali è in aumento, dall’altro l’incremento di 27 punti percentuali dei docenti di sostegno precari (senza titolo di specializzazione) negli ultimi quattro anni ci indica un sistema che risponde all’emergenza con soluzioni spesso provvisorie e non sempre qualificate.
Questi numeri, destinati a chi quotidianamente opera nelle aule e dirige le istituzioni scolastiche, non devono generare una sterile lamentela, bensì stimolare una riflessione profonda sul modello di supporto e sulla qualità dell’inclusione che stiamo offrendo. Occorre trasformare l’emergenza in professionalità sistemica. L’inclusione non può essere un atto di buona volontà o una delega esclusiva al docente specializzato, spesso non formato adeguatamente, ma deve diventare un principio organizzativo e una competenza diffusa all’interno dell’intera comunità educante.
A riguardo, il valore delle indagini, come quelle richiamate del Professor Dario Ianes, evidenzia proprio che la percezione del beneficio dell’inclusione da parte dei docenti è fortemente correlata al grado di formazione e al supporto ricevuto. Ianes sottolinea la necessità di superare la “cultura della delega” e di investire sulla formazione diffusa e di alta qualità, cruciale per rendere i docenti più sicuri e meno frustrati. È proprio la mancanza di questa sicurezza professionale che si traduce nel dato allarmante dei docenti che si sentono abbandonati: la buona intenzione (il favore per l’inclusione) si scontra con la scarsa competenza e la solitudine operativa.
Il disagio espresso dai docenti (“troppi si sentono abbandonati”) è un segnale chiaro che la formazione e il supporto professionale sono insufficienti. L’insegnante di sostegno, spesso chiamato a operare in contesti complessi e con carenza di strumenti, si trova a fronteggiare una distanza tra la normativa (che parla di inclusione e corresponsabilità) e la realtà operativa (fatta di classi numerose e mancanza di coordinamento efficace). In questo senso, la formazione in servizio non deve limitarsi a corsi una tantum sulle sole tematiche legislative, ma deve concentrarsi sullo sviluppo di competenze didattiche specialistiche e metodologie attive (come la didattica per obiettivi differenziati, l’uso di ausili tecnologici e le strategie di co-teaching). È fondamentale che ogni docente curricolare si senta pienamente responsabile e competente nell’elaborazione e attuazione del Piano Educativo Individualizzato (PEI), superando la logica della delega.
Il ruolo dei Dirigenti Scolastici è cruciale: sono i registi che devono garantire la coerenza del progetto inclusivo d’Istituto. Questo significa investire tempo e risorse nella creazione di équipe di lavoro stabili, promuovere pratiche di collaborazione tra docenti curricolari e di sostegno, e soprattutto, creare un ambiente culturale che valorizzi la diversità come risorsa, e non come problema. Il supporto non può limitarsi alla fornitura di ore di sostegno, ma deve includere l’accesso a una rete di servizi (neuropsichiatria, servizi sociali, associazioni) e garantire che la documentazione didattica (PEI, PDF) sia realmente uno strumento di progettazione e non un mero adempimento burocratico.
Dobbiamo alzare lo sguardo e chiederci: quale scuola vogliamo costruire? Una scuola che delega le fragilità o una scuola che valorizza le professionalità e investe in una formazione di qualità per tutti? La risposta si trova nel coraggio di affrontare i numeri con rigore pedagogico e nell’impegno di trasformare l’attuale “allarme rosso” in un progetto inclusivo sostenibile, in cui ogni docente, specializzato e curricolare, si senta saldamente parte di una squadra, non un soldato isolato in trincea. È un imperativo etico e professionale.