Insegno nella scuola pubblica da molti anni e lavoro quotidianamente nei percorsi di inclusione. L’esperienza in classe mostra con chiarezza una contraddizione sempre più evidente: l’inclusione è ampiamente normata, ma spesso poco praticata nella sua dimensione sostanziale.
Uno dei nodi principali riguarda la continuità educativa. Gli alunni con disabilità cambiano frequentemente docente di sostegno, mentre la corresponsabilità del team docente resta spesso più formale che reale. Questo produce frammentazione, delega e una crescente sfiducia da parte delle famiglie.
A ciò si aggiunge una burocratizzazione eccessiva. Documenti, verbali e procedure assorbono tempo ed energie che potrebbero essere dedicati alla progettazione didattica e alla relazione educativa. La quantità di adempimenti non sempre corrisponde a una maggiore qualità degli interventi.
Un ulteriore elemento critico è lo scollamento tra decisioni centrali e scuola reale. Molte scelte organizzative e normative sembrano non tenere conto delle dinamiche quotidiane delle classi e dei contesti concreti in cui docenti e studenti operano.
Le soluzioni non richiedono riforme straordinarie, ma scelte organizzative realistiche: garantire maggiore continuità nei percorsi di sostegno; rendere effettiva la corresponsabilità didattica di tutti i docenti; semplificare la documentazione, valorizzando il lavoro educativo reale; coinvolgere in modo strutturato docenti con esperienza nei processi decisionali.
L’inclusione non può restare un principio dichiarato. Ha bisogno di essere sostenuta da condizioni organizzative che permettano alla scuola di svolgere davvero la sua funzione educativa. Ascoltare chi la scuola la vive ogni giorno non è un atto formale, ma una necessità per migliorarla.
Patrizia Severi