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Inclusione: le leggi ci sono, ma per realizzarla appieno ci vuole altro

Le leggi ci sono, ma non basta una legge per cambiare. Spesso sono incomplete o, anche se formalmente perfette, restano lettera morta, inapplicate o difficilmente applicabili nella realtà. È il caso, così sembra, delle leggi sull’inclusione scolastica (104/92, 170/2010, D. Lgs. 66/2017 e D. Lgs. 96/2019) che fanno dell’Italia il Paese al primo posto nella classifica dei più inclusivi. Questo almeno in teoria.

Non poche, infatti, sono le critiche che vengono rivolte da parte degli “inclusivisti radicali” alle istituzioni scolastiche e alle singole scuole sulla capacità di tradurre in sostanza ciò che è scritto sulla carta. L’accusa verte soprattutto sulla difficoltà, da parte del sistema scolastico, di creare una scuola veramente inclusiva, capace realmente di far partecipare gli alunni “fragili” a tutte le lezioni previste dall’orario scolastico insieme agli altri compagni di classe e nella loro classe, assistiti dai docenti di sostegno. Questa, dicono, è inclusività.

Al contrario, continuano, accade frequentemente che, in vari momenti dell’attività scolastica, i docenti di sostegno “portino via”, in un’altra classe, gli allievi “fragili” e svolgano per loro una lezione separata. Si crea così una specie di mini classe differenziata. Questo non va. Tanto più, insistono i sostenitori dell’inclusività totale e continua, che l’insegnante di sostegno è anche “sostegno” per tutta la classe (non solo per uno o due alunni) e, d’altronde, il docente di materia deve collaborare con il collega di sostegno: anzi, anche lui, in qualche modo, è un insegnante di “sostegno” per tutti, “abili” o meno “abili”.

Forse queste critiche non sono del tutto infondate. Forse un giorno si arriverà a creare un’inclusione scolastica “vera”, secondo i desideri e gli intenti dei fautori dell’inclusione. Per adesso, però, la realtà è altra ed è difficile. Non bastano una legge e delle parole su carta per “rinnovare”, per quanto le leggi siano imprescindibili: è una realtà che impedisce l’inclusione auspicata.

Probabilmente occorre anche considerare la mancanza costante di risorse materiali ed umane o il fatto che molti docenti di sostegno non siano in possesso di titoli specifici e qualificanti (eccetto, forse, qualche approssimato corso Indire online). Ma la realtà è assai complessa.

Per ora, in base alla mia esperienza, la modalità individuata per mettere in pratica, con un minimo di risultato, l’inclusività è la migliore possibile. È necessario, infatti, che il docente di sostegno si “trasferisca”, a volte, con gli alunni “deboli” in un’altra classe e svolga una lezione mirata. Questo non significa creare classi differenziate (su cui si potrebbe anche discutere), ma semplicemente organizzare temporanei spazi, fisici e temporali, “esclusivi” per permettere ai discenti “meno abili” (o diversamente abili) di rivedere, puntualizzare e metabolizzare meglio fatti, concetti e procedure logiche non facili, sotto la guida e la didattica del docente di sostegno.

Sono archi temporali brevi di distacco dalla classe. Poi questi alunni “deboli” ritornano in classe e lì passano, insieme ai loro compagni, la maggior parte del tempo, seguendo le lezioni dei loro insegnanti di materia e aiutati sempre dagli insegnanti di sostegno. Non ci sono distacchi “per sempre”, né classi differenziate, né divieti di relazione, socializzazione e collaborazione tra tutti i compagni di classe, “abili” e “meno abili”.

Altro, a mio discreto avviso, non si può fare, almeno non in tutte le scuole. Occorre poi, ovviamente, muoversi secondo i gradi di difficoltà che presentano gli alunni “fragili”. E poi consideriamo anche questo: quanto può essere incluso nella classe un alunno costantemente aiutato e curato, durante le lezioni, dal suo docente di sostegno? Non vi è il rischio di creare un rapporto uno a uno, sostegno e alunno, anche all’interno della classe che, se non avviene con una prospettiva di apertura verso gli altri, attenua, ostacola o comunque compromette il concetto di inclusività e la sua “vera” realizzazione?

No, al momento altro non si può fare, almeno non in tutte le scuole. Rimane, comunque, il nostro primato di inclusività a livello europeo, almeno in teoria. Siamo davanti, pensate un po’, a Paesi come la Spagna e il Portogallo, la Francia o la Germania, così si legge sulle riviste specializzate. Riteniamo il nostro sistema di istruzione tra i migliori e abbiamo da molto tempo, a dispetto di altri Paesi, sepolto le classi differenziate o le scuole speciali.

Dobbiamo dunque vantarci di questo? Siamo degli “apripista” nell’inclusività? Sono sempre pronto, se lo ritengo giusto, a stigmatizzare duramente la nostra scuola quando si piega acriticamente e senza alcun discernimento o selezione a tutto ciò che viene dai sistemi scolastici dell’Europa o degli Stati Uniti. Ma mi chiedo se, sull’inclusività, sono gli altri Paesi ad essere indietro o noi ad essere troppo “avanti”, poco pragmatici e portati a vivere di sogni, ideali e illusioni, pur necessari per il progresso, negando la realtà e immaginando un mondo al momento inesistente, che forse un giorno sarà.

Allora mi domando se questa visione dell’inclusività porterà veramente benefici a tutti e a tutta la società o se non sarebbe più opportuno “ripensare” il modello dell’inclusività. Probabilmente sono in errore. Tra non molto, vogliamo sperare, con questa “rivoluzione” inclusiva la scuola italiana avrà risolto tutti i suoi problemi e sarà faro educativo per tutto il mondo. Tra non molto. O no?

Andrea Ceriani

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