Registrati

Primo piano | Le notizie principali

17.09.2026

Indagine PISA: non basta guardare solamente numeri e risultati per capire come funziona il nostro sistema; la domanda è: stiamo preparando i ragazzi al futuro?

Ogni volta che vengono pubblicati i risultati dell’indagine PISA, il dibattito sulla scuola italiana si accende intorno a una domanda apparentemente semplice: come stanno i nostri studenti rispetto a quelli degli altri Paesi? I dati dell’ultima rilevazione OCSE, che ha coinvolto circa 760 mila quindicenni in 91 Paesi, restituiscono però un quadro molto più complesso di quanto suggeriscano le classifiche internazionali.
Un contributo interessante in questa direzione arriva da Stefano Molina, responsabile dell’Area Scuola e Università presso l’Unione Industriale di Torino, che proprio in questi giorni ha pubblicato un proprio saggio sulla rivista on line Neodemos.

Per l’Italia c’è una buona notizia. Nel corso di poco più di vent’anni il nostro Paese ha ridotto sensibilmente il divario che lo separava dalla media OCSE. All’inizio del secolo i quindicenni italiani registravano risultati inferiori alla media soprattutto in matematica e scienze: rispettivamente 36 e 28 punti in meno. Oggi queste distanze si sono sostanzialmente annullate, mentre nella lettura il punteggio italiano è addirittura superiore alla media OCSE.

Il nostro miglioramento è dovuto al “peggioramento” degli altri Paesi

La cattiva notizia, però, è che non si tratta necessariamente di un successo da celebrare.
Il miglioramento relativo dell’Italia è avvenuto infatti in un contesto nel quale le performance medie dei Paesi OCSE sono peggiorate, in particolare dopo la pandemia. Il risultato italiano va quindi letto con prudenza: non significa che la scuola italiana abbia risolto i propri problemi, ma piuttosto che altri sistemi scolastici hanno subito un arretramento ancora più marcato.
Ed è proprio questo il punto che rischia di sfuggire quando i risultati PISA vengono trasformati in una gara tra Paesi. Il dato più importante non è necessariamente quello che ci dice dove siamo in classifica, ma quello che ci permette di capire che cosa sta succedendo dentro le nostre scuole.

E qui il quadro torna tutt’altro che rassicurante.

L’indagine mostra infatti che, in Italia come nel resto dell’area OCSE, gli apprendimenti hanno registrato un calo generalizzato negli ultimi anni. Le cause non sono ancora completamente comprese. La pandemia ha certamente avuto un ruolo, ma non può essere considerata l’unica spiegazione. Lo stesso rapporto OCSE richiama l’attenzione sull’uso del digitale e dei social media: strumenti che possono favorire l’apprendimento quando vengono utilizzati in modo appropriato, ma che possono anche incidere negativamente sulla capacità di attenzione e sulla disponibilità dei ragazzi a sostenere attività cognitive prolungate.

Quello italiano è un sistema scolastico molto “frantumato”

Ancora più significativo è ciò che emerge quando si smette di considerare l’Italia come un unico sistema scolastico. I risultati nascondono infatti differenze territoriali enormi. Nella lettura, per esempio, il punteggio raggiunge 497 nel Nord-Ovest e scende a 447 nel Sud. Secondo la metrica utilizzata da PISA, una distanza di questa entità equivale a un ritardo di circa uno-due anni di scolarità.
È un dato che dovrebbe interrogare molto più delle consuete discussioni sulla posizione dell’Italia nelle graduatorie internazionali. Perché significa che nascere e frequentare la scuola in una determinata area del Paese può ancora incidere profondamente sulle competenze che un ragazzo avrà acquisito a quindici anni.

Lo stesso vale per i divari di genere. Le ragazze ottengono risultati nettamente migliori nella lettura, con un vantaggio di 28 punti sui ragazzi. In matematica, invece, sono i ragazzi a prevalere, con 17 punti di vantaggio. In scienze, un dato particolarmente positivo è rappresentato dal miglioramento delle studentesse italiane, che ha portato alla sostanziale chiusura del divario tra maschi e femmine.

Non esiste lo “studente italiano medio”

Anche questi numeri suggeriscono che parlare genericamente di “studenti italiani” rischia di essere fuorviante. Dietro la media nazionale ci sono differenze territoriali, sociali e di genere che richiedono risposte diverse. Una politica scolastica efficace non può limitarsi, dunque, a innalzare una media nazionale: deve intervenire sulle disuguaglianze che quella media tende a nascondere.
C’è poi un’altra questione che i dati PISA riportano al centro dell’attenzione: che cosa significa, oggi, preparare un ragazzo al futuro?

PISA non misura semplicemente quante nozioni sono state memorizzate. Cerca di verificare se un quindicenne sa comprendere un testo, utilizzare la matematica per affrontare situazioni concrete, interpretare dati e fenomeni scientifici, risolvere problemi. In altre parole, misura competenze che dovrebbero consentire a una persona di muoversi in una società e in un mercato del lavoro caratterizzati da trasformazioni rapide.

È una considerazione particolarmente importante per l’Italia, proprio mentre il sistema scolastico è impegnato in profonde trasformazioni dell’offerta formativa. Quando si modifica il modo in cui vengono organizzati i percorsi di istruzione, quando cambiano gli equilibri tra formazione generale, discipline specialistiche e competenze professionali, la domanda fondamentale dovrebbe essere sempre la stessa: quali strumenti stiamo dando ai ragazzi per affrontare il futuro?

Bisogna capire se la nostra scuola prepara al futuro

La risposta non può essere affidata soltanto alle esigenze immediate del mercato del lavoro. Un giovane non ha bisogno esclusivamente di competenze tecniche che possano essere utilizzate oggi. Ha bisogno anche di una solida formazione generale, della capacità di leggere e comprendere, di ragionare, di interpretare informazioni, di affrontare problemi nuovi e di continuare ad apprendere nel corso della vita.

È proprio qui che i dati PISA possono offrire una chiave di lettura preziosa. Se la comprensione dei testi rappresenta una competenza fondamentale per apprendere in qualsiasi ambito, e se matematica e scienze misurano la capacità di utilizzare conoscenze per affrontare problemi concreti, allora la formazione generale non è un elemento accessorio rispetto alla preparazione professionale. È una delle sue condizioni.
La vera sfida per la scuola italiana, dunque, non consiste nel migliorare una posizione in una graduatoria internazionale. Consiste nel fare in modo che un ragazzo, indipendentemente dal luogo in cui nasce, dalla famiglia di provenienza o dal percorso scolastico scelto, possa uscire dalla scuola con una cassetta degli attrezzi sufficientemente ampia per affrontare un mondo che cambia.

I dati PISA ci dicono che alcuni progressi ci sono stati. Ma ci dicono anche che persistono disuguaglianze profonde e che gli apprendimenti, nel complesso, sono sotto pressione. È questo il messaggio che dovrebbe guidare le scelte dei prossimi anni: non inseguire soltanto i numeri, ma interrogarsi su ciò che quei numeri raccontano.
Perché dietro ogni punteggio PISA non c’è una statistica astratta. C’è un quindicenne che tra pochi anni dovrà scegliere un percorso di studio, entrare nel mondo del lavoro, continuare a formarsi e orientarsi in una società sempre più complessa. E la qualità della scuola che gli avremo offerto farà una differenza concreta, molto oltre qualsiasi classifica.

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate