Sul tema della valutazione degli studenti nelle nuove Indicazioni nazionali del secondo ciclo abbiamo posto qualche domanda al professore Cristiano Corsini, docente di pedagogia sperimentale presso l’Università di Roma Tre.
Professore, qual è a suo avviso l’aspetto più innovativo delle nuove Indicazioni nazionali sul tema della valutazione?
Credo che il tratto più avanzato sia l’insistenza sulla funzione migliorativa del feedback. La valutazione viene finalmente intesa come un processo che orienta l’apprendimento, non come un semplice momento certificativo. È un passaggio importante, perché sposta il focus dalla misurazione alla crescita dello studente.
In questo quadro, che ruolo viene attribuito al docente, anche rispetto all’uso dell’intelligenza artificiale?
Le Indicazioni introducono anche il tema dell’intelligenza artificiale, talvolta con un certo ottimismo ingenuo sulla possibilità di automatizzare la rilevazione dei prodotti. Tuttavia, contengono una clausola fondamentale: ogni innovazione deve restare subordinata al giudizio esperto e alla sensibilità pedagogica del docente. In altre parole, nessuna macchina può sostituire lo sguardo dell’insegnante. Questo è un punto essenziale e condivisibile.
D. Accanto a questi aspetti positivi, lei individua però alcune criticità. Quali?
R. Sì, il problema emerge quando si passa dai principi alla loro traduzione operativa. Le Indicazioni sembrano voler superare quello che definiscono “individualismo della pratica docente” attraverso una forte insistenza sulla collegialità, intesa però in modo piuttosto rigido. Si arriva a sostenere che la legittimità della valutazione risieda nella condivisione di rubriche e checklist comuni a livello di dipartimento. Se questa impostazione diventa prescrittiva, si aprono questioni molto serie.
D. A cosa si riferisce esattamente?
R. Mi riferisco in particolare al rischio di entrare in conflitto con la libertà d’insegnamento sancita dalla Costituzione. La valutazione in itinere non è un atto burocratico separato: è parte integrante della didattica. Imporre a un docente uno specifico strumento valutativo per fornire feedback significa imporre una scelta metodologica. E questo non è compatibile con il principio secondo cui l’insegnamento è libero. Un conto è condividere obiettivi e visione, un altro è prescrivere strumenti.
Quindi il problema è il modo in cui viene interpretata la collegialità?
Esattamente. La collegialità è un valore, ma non può trasformarsi in un vincolo rigido o in un’imposizione. Nelle Indicazioni manca un richiamo esplicito alla libertà d’insegnamento, come se l’autonomia professionale fosse un residuo da superare. Questo è un errore, anche dal punto di vista normativo: le Indicazioni dovrebbero definire traguardi e obiettivi, non imporre assetti organizzativi o gerarchie tra organi collegiali e libertà individuale.
Quali rischi concreti vede per la pratica didattica?
Il rischio è una burocratizzazione di ritorno. Un docente che vorrebbe offrire un feedback descrittivo, personalizzato, potrebbe essere costretto a usare griglie standardizzate decise dal dipartimento, che magari non restituiscono nulla della specifica attività didattica. Questo sarebbe controproducente, oltre che scorretto.
Come si potrebbe allora migliorare questa impostazione?
È fondamentale chiarire il confine tra coordinamento e imposizione. La condivisione di criteri e strumenti è utile e auspicabile per garantire trasparenza ed equità, ma non deve mai diventare un diktat. La collegialità dovrebbe essere una comunità di ricerca e confronto, non un sistema vincolante.
In concreto, quali punti andrebbero chiariti?
Due, soprattutto.
Primo: il dipartimento dovrebbe essere il luogo in cui si concorda su cosa valutare e su quali principi fondare la valutazione.
Secondo: deve restare al docente l’autonomia sul come. Gli strumenti – rubriche, feedback orali o scritti, colloqui – devono essere oggetto di confronto, ma la scelta finale deve essere libera, così come quella di assegnare o meno un voto accanto al feedback.
In conclusione, qual è il rischio se non si interviene su questi aspetti?
Il rischio è che, sotto una retorica apparentemente innovativa, la valutazione continui a funzionare come un processo di etichettamento, invece di diventare davvero uno strumento capace di dare forma all’insegnamento e all’apprendimento. E sarebbe un’occasione mancata.