Prima Ora | Notizie scuola del 13 maggio 2026

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13.05.2026

Quello delle Indicazioni nazionali è un lessico un po’ stantio, quasi avariato. Nostra intervista al pedagogista Giovanni Fioravanti

Giovanni Fioravanti è un ex dirigente scolastico autore di più di un saggio a carattere pedagogico; da decenni si occupa di formazione e di problemi di politica scolastica. Abbiamo provato a chiedergli con pensa delle Indicazioni nazionali e in particolare di quelle del primo ciclo.

Ultimamente lei ha usato une espressione un po’ forte per parlare delle Indicazioni nazionali.
Lei usa le partole “lessico avariato”. Cosa intende?

Viviamo in un tempo in cui alcune parole fondamentali vengono consumate, impoverite, svuotate del loro significato originario. Io sarei tentato di compilare un vero e proprio repertorio del lessico avariato, parole da usare con cautela finché non riusciremo a restituire loro autenticità. Tra queste metterei sicuramente “educare” e “istruire”.

Perché proprio questi due termini?

Perché in Italia sono stati caricati di una contrapposizione ideologica che altrove non esiste con la stessa intensità. In inglese o in francese un unico termine comprende entrambe le dimensioni. Anche il tedesco, con “Bildung”, richiama l’idea del costruire, del formare integralmente la persona. Da noi invece educazione e istruzione vengono continuamente separate, quasi fossero realtà antagoniste.

Lei critica alcune affermazioni della professoressa Loredana Perla, presidente della commissione per la riscrittura delle Indicazioni nazionali. Qual è il punto centrale della sua obiezione?

La frase che mi ha colpito è questa: bisogna passare “dall’educare istruendo all’istruire educando”. A prima vista può sembrare un semplice gioco linguistico, ma non lo è affatto. Dietro quella inversione c’è una precisa visione pedagogica e politica della scuola.

Che differenza c’è tra le due formule?

La differenza è enorme. Nella lingua italiana il verbo all’infinito indica l’azione principale, mentre il gerundio descrive il modo in cui quell’azione si realizza.
“Educare istruendo” significa che la scuola educa attraverso l’istruzione: il sapere è centrale e attraverso il sapere si forma la persona.
“Istruire educando”, invece, ribalta il rapporto: l’educazione diventa l’azione principale e l’istruzione uno strumento subordinato. In questo caso il sapere serve soprattutto a trasmettere un modello morale, culturale e identitario già definito.

Secondo lei, quindi, non si tratta soltanto di una questione terminologica?

Assolutamente no. Qui emergono due concezioni opposte di scuola. Una scuola che mette al centro il sapere come strumento di emancipazione e sviluppo critico della persona; e una scuola che mette al centro la formazione valoriale, il carattere, l’identità collettiva.

Lei richiama anche una vecchia divisione storica italiana.

Sì. È una frattura che pensavo fosse stata superata. Storicamente il primato dell’istruzione è stato sostenuto dalla cultura laica, mentre il primato dell’educazione morale apparteneva alla tradizione cattolica. Mi è tornata in mente una frase del ministro Guido Baccelli nel 1875: “Istruire il popolo quanto basta, educarlo più che si può”. Ecco, io vedo riaffiorare quella stessa impostazione.

Lei collega questa impostazione alle nuove Indicazioni nazionali del 2025?

Certamente. Quando nelle premesse culturali si indica come finalità della scuola la formazione dell’identità storico-nazionale e culturale, si capisce che la prospettiva cambia. L’orizzonte si restringe: dalla complessità del mondo globale si torna a una visione identitaria e nazionale.

Lei sembra sostenere che il sapere rischi di diventare subordinato all’educazione. Perché lo considera problematico?

Perché il sapere dovrebbe essere ciò che libera, che apre domande, che sviluppa il pensiero critico. Se invece il sapere viene usato per modellare moralmente e ideologicamente l’individuo, allora la scuola cambia natura. Non è più il luogo in cui si apprende a pensare, ma quello in cui si apprende cosa pensare.

Lei parla anche di una visione conservatrice della società.

Sì, perché il modello evocato valorizza ordine, identità, appartenenza, autorità. L’educazione diventa trasmissione di valori tradizionali e nazionali. In questa prospettiva il pensiero critico viene spesso percepito come destabilizzante.

Quindi qual è, per lei, il compito autentico della scuola?

La scuola dovrebbe partire dalla persona che apprende, non dal governo che educa. Dovrebbe formare cittadini liberi attraverso il sapere, non costruire identità predefinite attraverso l’educazione. Per questo continuo a credere che “educare istruendo” sia una formula profondamente diversa — e molto più democratica — di “istruire educando”.

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