Nella cultura attuale esiste un dilemma tra due valori sacrosanti: l’antitesi fra la centralità della persona come concetto universale e quella dell’importanza delle singole identità nazionali. Molti sono convinti di dovere scegliere, in modo esclusivo, uno dei due poli, rinunciando a una sintesi che, valorizzando entrambi i valori, li elevi a una visione più ricca e profonda. Del resto, la pace del mondo dipende proprio da questa sintesi: quella del rispetto dei diritti dell’uomo come entità universale e della valorizzazione delle singole culture e civiltà.
Ma, stando ai dibattiti televisivi, tale sintesi appare impossibile. Ci sono sempre, da una parte, coloro che si battono unicamente per una maggiore affermazione della propria patria e, dall’altra, coloro che ritengono che tutti, oggi, dovremmo considerare solo l’umanità come nostra unica nazione.
Consideriamo ciò che le due parti si rimproverano reciprocamente. Gli “internazionalisti” rinfacciano ai “patrioti” che, affermando l’ideale della patria, pongono le condizioni della rivalità fra le nazioni. I “patrioti”, da parte loro, accusano i globalisti di astrazione, dal momento che l’uomo privo di definizione etnica non esiste: è solo una costruzione mentale.
Ci troviamo di fronte a due eccessi, e questi sono sempre dannosi. Infatti, dal punto di vista degli atteggiamenti morali che costruiscono la pace, è negativo sia negare la propria civiltà sia esaltarla in modo esclusivo, ponendola in antitesi con le altre. Quanto alla patria, le identità nazionali sono strutturali alla definizione dell’uomo. Esistevano, sottotraccia, anche all’interno delle formazioni politiche globali dell’antichità. Ciò significa che l’appartenenza consapevole a una cultura specifica può benissimo convivere con il concetto dell’universale unità della famiglia umana.
In conclusione, abolire l’idea di patria è come voler annullare la nostra “quarta casa”. La prima dimensione in cui abitiamo è infatti la “mente”. Da essa nasce la consapevolezza di noi e della realtà esterna, nonché il giudizio circa l’attendibilità dei processi conoscitivi. La seconda casa è il “corpo”: l’esperienza basilare della realtà è di tipo corporeo. La terza casa è l’“universo”, percepito come dimensione globale che ci contiene. Viene quindi la “patria”, il contenitore storico che ci caratterizza. Segue, come quinta casa, il “gruppo sociale”, cioè la rete di relazioni necessarie alla definizione di noi. Solo al sesto posto possiamo collocare il rifugio fisico che ci dà sicurezza, la “casa di mattoni”.
Ma è proprio vero che l’amore per la propria patria ponga le premesse per la guerra? Certamente sì, se si costruisce tale amore su una base etnica. Quando, oltretutto, anche la psicologia ha dimostrato che il sentimento patriottico non è questione di territorio o di appartenenza etnica, ma soprattutto uno schema mentale che si costruisce gradualmente: una questione culturale. E lo abbiamo visto. Ci sono ragazze di origine africana che si laureano in Lettere e insegnano la nostra letteratura con una passione uguale, se non superiore, a quella di una professoressa di origine italiana. Certo, in questo caso un atteggiamento radicale come il fondamentalismo islamico renderebbe impossibile tale identificazione. Giustamente, il filosofo Jacques Maritain sosteneva che l’“identità nazionale” è una cosa, mentre il “nazionalismo”, inteso come esaltazione esclusiva della propria patria, è un’altra.
In altri termini, amor patrio e valorizzazione delle altre identità culturali, in una persona equilibrata, possono tranquillamente convivere. Si può benissimo restare innamorati delle proprie origini nazionali, nutrendo rispetto e curiosità verso le altre civiltà, specie se siamo ospiti di un’altra nazione. L’integrazione non deve significare assimilazione passiva nella cultura ospitante, ma accoglienza reciproca e scambio interculturale. Nessuno può pretendere che, allo scopo di accettare la nostra cultura, l’emigrante rinunci alla sua. Sarebbe qualcosa di profondamente ingiusto, in quanto, se è vero che ogni individuo possiede una soggettività degna di rispetto, è altrettanto vero che ogni cultura è dotata di una specifica ricchezza e significatività.
Convinciamoci: la nostra mente è come un palazzo dalle infinite stanze, dove trovano posto diversi universi culturali e svariate forme di saggezza. E allora facciamo nostra la massima cara a Hélder Câmara: «La tua diversità mi arricchisce».