E’ stato presentato ieri a Roma, il Rapporto CESVI 2026 – Indice regionale sul maltrattamento e la cura all’infanzia in Italia riporta al centro dell’attenzione pubblica un tema spesso sommerso: la capacità dei territori di prevenire, riconoscere e contrastare il maltrattamento nei confronti di bambini e bambine.
Il rapporto, giunto alla settima edizione, non si limita a fotografare i casi emersi, che sono per loro natura parziali e sottostimati. Propone invece una lettura più ampia, basata su un modello multidimensionale che considera insieme i fattori di rischio presenti nei territori e la capacità dei servizi locali di intervenire. L’obiettivo è offrire alle istituzioni un vero e proprio “cruscotto” per orientare politiche di prevenzione, cura e sostegno alle competenze genitoriali.
Il focus di questa edizione, dal titolo “Generazione sola” è il concetto di povertà relazionale. Il maltrattamento, infatti, non nasce quasi mai da una sola causa. Può essere favorito da isolamento sociale, fragilità psicologica degli adulti, stress familiare, precarietà lavorativa, disagio abitativo, bassa istruzione, povertà economica, violenza domestica e assenza di reti di supporto. Per questo la tutela dell’infanzia non può essere pensata solo come intervento emergenziale: richiede comunità capaci di vedere, ascoltare e accompagnare.
L’Indice CESVI utilizza 65 indicatori statistici e organizza l’analisi in sei aree di “capacità”: cura di sé e degli altri; vita sana; vita sicura; acquisizione di conoscenza e sapere; lavoro; accesso alle risorse e ai servizi. Per ciascuna area vengono valutati sia i rischi presenti nel contesto sia le risposte disponibili: consultori, asili nido, servizi psicologici, sostegni economici, interventi educativi e reti territoriali.
Fattori di rischio: il maltrattamento infantile è raramente legato a una singola causa, ma emerge da un intreccio di condizioni di vulnerabilità:
Fattori protettivi: al contrario, la presenza di risorse personali, sociali e istituzionali agisce come uno scudo contro l’abuso e la trascuratezza:
La classifica finale premia le regioni che riescono a combinare minori fattori di rischio e sistemi di protezione più solidi. Ai primi posti si collocano Emilia-Romagna, Veneto e Trentino-Alto Adige. L’Emilia-Romagna conferma la migliore capacità complessiva di fronteggiare il maltrattamento infantile; il Veneto si distingue in particolare per la dimensione del lavoro; il Trentino-Alto Adige per l’accesso alle risorse. In fondo alla graduatoria si trovano Sicilia, Calabria, Puglia e, ultima, la Campania, dove le criticità appaiono più marcate e multidimensionali.
Per il mondo della scuola, il rapporto contiene indicazioni importanti. La scuola è prima di tutto una possibile antenna sociale: il luogo in cui bambini e ragazzi vengono osservati ogni giorno, dove possono emergere segnali di disagio, isolamento, trascuratezza, paura, aggressività o cambiamenti improvvisi nel comportamento. In questo senso, docenti, educatori e dirigenti non sostituiscono i servizi sociali, ma possono essere parte di una rete di prevenzione precoce.
La scuola è anche un fattore protettivo. Quando valorizza la propria dimensione relazionale, diventa spazio di appartenenza, riconoscimento e fiducia. Gli insegnanti possono promuovere relazioni positive tra pari, aiutare a gestire i conflitti, contrastare stigma e discriminazioni, costruire un clima di classe inclusivo. Per molti studenti, una relazione significativa con un adulto della scuola può diventare un punto di riferimento essenziale, soprattutto quando il contesto familiare è fragile.
Ma il rapporto invita anche a non idealizzare la scuola. Essa può diventare, a sua volta, un contesto di rischio. I bambini e i ragazzi ascoltati segnalano che molti episodi di bullismo, body shaming, razzismo, omofobia e discriminazione avvengono proprio tra le mura scolastiche. Quando gli adulti minimizzano, non vedono o non intervengono, aumenta nei minori il senso di ingiustizia e solitudine. Per questo la scuola non è automaticamente un luogo protettivo: lo diventa solo se è capace di assumere consapevolmente questa funzione.
C’è poi un altro aspetto delicato: nelle narrazioni dei bambini, la presenza relazionale della scuola appare talvolta debole o ambivalente. Questo significa che il contatto quotidiano non basta. Servono adulti formati all’ascolto, capaci di riconoscere i segnali, di accogliere senza giudicare, di attivare le procedure corrette e di lavorare con famiglie, servizi sociali, sanità territoriale e terzo settore.
Il messaggio del Rapporto CESVI è chiaro: la protezione dell’infanzia è una responsabilità collettiva. La scuola può svolgere molte funzioni decisive — osservare, prevenire, ascoltare, proteggere, includere, segnalare, costruire relazioni e fare rete — ma deve essere messa nelle condizioni di farlo. Investire nella formazione del personale scolastico e nel raccordo stabile con i servizi non è un elemento accessorio: è una delle condizioni per trasformare la scuola in una vera comunità di cura.
[Il rapporto può essere scaricato dal sito internet di Cesvi]
CESVI Fondazione è un’organizzazione umanitaria laica e indipendente fondata a Bergamo nel 1985. Da oltre 40 anni, l’organizzazione opera nelle emergenze e nelle aree più povere del mondo promuovendo progetti per la lotta alla fame e alle pandemie, e per la tutela delle persone e dell’ambiente.