Quale contributo può dare l’intelligenza artificiale nelle piccole scuole? E quali valutazioni è possibile dare sull’IA e i processi tecnologici applicati all’insegnamento, partendo da questo “ambiente privilegiato”? Si concentra un contributo realizzato da Indire, Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa, inserito nell’ultimo numero della rivista scientifica open access IUL Research, dedicato proprio al tema “Personalizzazione didattica e intelligenza artificiale: impatti, sviluppi e criticità in educazione”. Una pubblicazione che, si legge in una nota di presentazione dell’Istituto, “riunisce contributi di ricerca, rassegne teoriche ed esperienze empiriche volte a esplorare potenzialità e limiti dell’uso dell’IA nei contesti educativi”.
“Il fascicolo”, proseguono da Indire, “affronta una questione centrale per la scuola contemporanea: come integrare l’intelligenza artificiale nei processi di insegnamento-apprendimento senza ridurre la complessità educativa, preservando dimensioni come inclusione, trasparenza, responsabilità e senso pedagogico. Accanto a riflessioni teorico-applicative e review di letteratura sui rapporti tra IA, neuroscienze e formazione dei docenti, il numero documenta numerose esperienze di ricerca già in atto nelle scuole, mostrando come l’IA stia incidendo sulle pratiche didattiche, sui ruoli professionali e sugli ambienti di apprendimento”. Un tema a cui anche La Tecnica della Scuola ha dedicato numerosi approfondimenti, che è possibile rileggere sul nostro sito.
Tornando al nuovo numero di IUL Research, particolarmente interessante è la sezione Esperienze di ricerca della rivista, che offre “uno sguardo particolarmente significativo sui contesti educativi reali”. Proprio qui, infatti, appare il contributo di Indire, significativamente intitolato “Rinnovare la didattica con l’IA: pratiche riflessive nei contesti delle piccole scuole”, a firma dei ricercatori De Santis, Mangione e Zampolini. Un’approfondita ricerca che esplora “l’adozione dell’IA in contesti educativi non standard – piccole scuole di aree interne, rurali e periferiche – interpretati non come margini, ma come ambienti ad alta densità relazionale e con un potenziale specifico di innovazione situata”. Una condizione particolare che diventa punto di interesse, insomma.
Nelle piccole scuole, spiegano infatti gli autori della ricerca, “l’IA può assumere un valore particolare perché si innesta su criticità strutturali (pluriclassi, risorse frammentate, turnover del personale, distanza dai poli formativi), che richiedono risposte pedagogiche mirate e contestualizzate“. Le fragilità di questi istituti, in altre parole, permettono di valutare in modo più efficace l’utilità dell’intelligenza artificiale. Il contributo, proseguono gli autori, “mette alla prova un impianto di ricerca in cui i docenti diventano co-protagonisti della progettazione, e l’IA viene trattata come oggetto di riflessione pedagogica oltre che come strumento”. Una prospettiva particolare, appunto, dalla quale emergono anche dei possibili rischi, messi nero su bianco nello studio.
In dettaglio, si tratta di “rischio di delega di funzioni educative alla macchina, standardizzazione didattica, impoverimento relazionale e deresponsabilizzazione docente”. I ricercatori si sono spinti anche più in là, elaborando “uno scenario critico/distopico in cui l’IA diventa sostitutiva, con ricadute negative su motivazione e qualità dell’apprendimento: una contro-narrazione minoritaria ma epistemicamente rilevante, perché rende visibili dilemmi e limiti di un’integrazione non governata pedagogicamente”. Un tema molto delicato, insomma, specie dalla prospettiva delle piccole scuole, “laboratori di innovazione pedagogica ecologica e riflessiva, dove la tecnologia non è soluzione preconfezionata, ma dispositivo da risignificare nella prassi”.