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“Intelligenza artificiale”, marketing e scuola

Quella dell’ “intelligenza artificiale” proprietaria e dei Large Language Model (ChatGpt, Gemini ecc), con tutto ciò che comporta – crollo di capacità e conoscenze, soprattutto nei giovanissimi, devastazioni ambientali, banalizzazione del (non) pensiero, inquinamento delle informazioni – non è per nulla una “rivoluzione”, come si vuol far credere: intanto perché è imposta dall’alto, da immensi interessi economici che guidano le sorti del pianeta; e poi perché non rappresenta affatto un cambio di direzione, ma porta avanti fino alle estreme conseguenze le dinamiche del capitalismo predatorio. Come scrive Emily Bender, nel libro L’inganno dell’intelligenza artificiale: «Per dirlo senza mezzi termini, “IA” è un’espressione di marketing. Non si riferisce a un insieme coerente di tecnologie. Piuttosto, l’espressione “intelligenza artificiale” viene usata nel momento in cui coloro che costruiscono o vendono un particolare tipo di tecnologie traggono vantaggio dal far credere agli altri che la loro tecnologia sia simile agli esseri umani, cioè sia capace di fare cose che, in realtà, hanno intrinsecamente bisogno del giudizio, della percezione e della creatività umane». Ed Enrico Nardelli, Ordinario di Informatica presso l’Università di Roma Tor Vergata e direttore del Laboratorio Nazionale “Informatica e Scuola” del CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica): «Sono in gioco enormi interessi commerciali, miliardi di euro (o dollari) investiti annualmente per tentare di accaparrarsi quote di mercato che si proiettano in valori almeno mille volte maggiori […]. In particolar modo, dal momento che il modo migliore di convincere qualcuno ad usare un certo prodotto è quello di abituarlo all’uso sin da piccolo, il settore della scuola è quello su cui si concentra la maggiore pressione». Insomma, quando le rivoluzioni sono imposte da chi detiene il potere si chiamano in un altro modo. Gruppo La nostra scuola Associazione Agorà 33

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