Registrati

Intelligenza Artificiale: perché la scuola deve restare umana.

Il dibattito sulla pervasività dell’Intelligenza Artificiale nella società attuale si sta sviluppando soprattutto attorno ai rischi di cui essa sarebbe portatrice in termini di “disumanizzazione” di numerose attività fino al possibile totale dominio delle macchine sull’uomo. Ed in effetti la IA già svolge numerose funzioni complesse, genera conoscenza e applica modelli predittivi che si autoavverano e, nella vita quotidiana di molti di noi, già condiziona abitudini e scelte.

Anche nel mondo della scuola l’immagine di un robot che sostituirà completamente gli insegnanti appare decisamente presente.

Tuttavia, è necessario chiarire in premessa che l’IA non è una imitazione più sviluppata ed evoluta della intelligenza umana, ma l’espressione di algoritmi che trasformano la realtà in dati ed istruzioni. Per quanto possa intervenire sulla complessità della realtà umana essa è e resta completamente fuori dall’umano.

La mente umana, invece, come notava efficacemente Howard Gardner, è multidimensionale, la risultante dell’interazione della corporeità attraverso i cinque sensi con il cervello: è linguaggio, ragionamento, relazioni con altri esseri umani ed ambiente, ecc.. Essa è soprattutto capacità di porsi domande e dare e cercare risposte, persino sulle stesse ragioni della propria esistenza. La mente umana è cogito, ergo sum. Nessuna macchina è in grado di essere “cogito”. In sintesi, si può affermare che l’IA calcola, acquisisce e prevede ma non percepisce, nel senso che la sua percezione è, inevitabilmente, la rappresentazione e la rielaborazione, certamente più vasta e accurata (fino all’infinito) di ciò che sente, percepisce e chiede l’uomo.

Insomma, l’IA resta sempre e fondamentalmente una macchina: non ha corpo, non ha sensi e, quindi, non ha emozioni, eccezion fatta per quelle che gli vengono inserite dal suo programmatore. Non ha il senso della nascita e, soprattutto della morte, perché non ha coscienza di sé.

L’IA ha, però, una capacità sovrumana: quella di costruire connessioni e relazioni praticamente all’infinito, anche se non è in grado di comprenderle secondo i parametri umani basati sulle emozioni e/o sui sentimenti. Per fare un esempio banale, può esaminare migliaia di dipinti e riconoscerli per autore, per colori, per tecniche pittoriche. Può perfino creare un nuovo dipinto partendo da quelle migliaia di dipinti, ma non potrà riprodurre in alcun modo le emozioni che, nella singola intelligenza umana produce la visione di una singola opera d’arte.

L’IA rappresenta, quindi, il frutto più avanzato della rivoluzione tecnologica e digitale che ha investito il nostro tempo: non è solo una invenzione, ma una scoperta continua che produce, qui sta la sua novità rivoluzionaria, trasformazioni profonde. In questo senso, pur restando altra cosa rispetto all’uomo, essa contribuisce a trasformare la vita umana. Quindi l’IA non è semplicemente l’imitazione della intelligenza umana ma qualcosa di nuovo e di diverso, di altro.

La IA possiede la capacità che nessuna “macchina” prima di lei aveva mai avuto, quella “predittiva”. In questo è capace di modificare profondamente la realtà umana. Essa rappresenta un problema “etico” e “politico” soprattutto in merito alla sua governance (cioè di chi detiene le piattaforme, chi produce i modelli, chi li sviluppa e per quali scopi, ecc.).

La sfida, quindi, per l’uomo, non è quella di “spegnere” la macchina (operazione impossibile per il complesso dell’umanità perché ci sarà sempre qualcuno che terrà acceso il suo device) o di batterla in intelligenza, ma di sviluppare pienamente la caratteristica inimitabile della intelligenza umana, quello della scelta e del giudizio, quella che, da sempre, ha consentito all’uomo di sfuggire a ciò che era prevedibile o che si poteva pensare come tale. La capacità, per dirla semplicemente, di decidere il proprio futuro. Senza questa capacità “creatrice” probabilmente la specie umana si sarebbe estinta da tempo, perché più debole, più esposta, meno dotata di difese naturali come pelliccia, artigli, zanne alla pari di altri esseri viventi.

Perché la scuola deve restare umana

Fatta questa premessa appaiono comprensibili i motivi per cui lo scenario di un robot al posto di un insegnante potrà verificarsi solo se si rinuncia alla capacità umana di insegnare e apprendere non soltanto contenuti e nozioni ma anche sentimenti, emozioni, identità.

Insegnare, infatti, significa soprattutto sentire, comprendere, sviluppare, trasformare e trasformarsi insieme. Come diceva Jean Jaures “non si insegna quello che si sa o quello che si crede di sapere: si insegna e si può insegnare solo quello che si è”. Insegnare e apprendere significano, essenzialmente, processi di liberazione perché si basano sulla libertà di scegliere.

In questo quadro si può affermare che l’alfabetizzazione digitale (in cui la IA è parte preponderante) deve legarsi alla alfabetizzazione emotiva. Una didattica che usi la IA non potrà mai prescindere dallo sviluppo del pensiero creativo e del pensiero divergente.

Il problema, infatti, non è vincere la sfida con il robot ma sapere che esso è e resterà sempre altro da noi. Solo non rinunciando al valore intrinseco della nostra umanità quale risultante di sensazioni, sentimenti, affetti, passioni e talenti, la IA resterà sempre e comunque uno strumento e non potrà sostituirsi a noi.

Nella scuola italiana l’IA è già entrata in forme sperimentali con esperienze condotte da diverse istituzioni scolastiche. Secondo le indagini INDIRE il 94 per cento degli alunni e degli studenti fa un uso frequente di piattaforme di IA, così come il 52 per cento degli insegnanti.

Tra le numerose sperimentazioni della IA nella scuola italiana ce n’è una che mi ha colpito in maniera particolare: quella della creazione, in un ITS pugliese, di un assistente didattico per gli insegnanti di sostegno, un vero e proprio docente AI. Ora, cosa c’è di più profondamente “umano” dell’insegnamento ad allievi portatori di bisogni educativi speciali ? La cosa incoraggiante è stata che a nessuno dei docenti che hanno sviluppato questo strumento è venuto in mente di lasciare un ragazzo portatore di disabilità solo con un robot, e per ovvie ragioni. Ciò fa ben sperare circa la consapevolezza che nessun insegnante, giovane o anziano, nativo digitale o boomer, ignori come insegnare sia un processo estremamente complesso, perché interviene in quel campo che, oggi, viene definito in maniera forse un po’ troppo larga e generica “intelligenza emotiva”.

Percepire, valutare, in una parola comprendere l’altro da sé per come si esprime, per ciò che “muove” dentro di noi e in sé stesso, non sono operazioni che possono essere affidate ad una macchina, per quanto evoluta e sofisticata, per quanto capace di organizzare, gestire e prevedere comportamenti, reazioni e catalogarli in un numero praticamente infinito. Affermare l’insostituibilità del fattore umano nella scuola nel pieno della rivoluzione della IA è, dunque, scontato, quasi pleonastico.

Del resto, il carattere antropocentrico della IA nella scuola è stato tempestivamente assunto quale principio cardine dal legislatore sia in sede europea (l’IA Act, del 2024) che nazionale (Legge n. 132/2025 e DM n. 166/2025).

Il quadro normativo consente dii affrontare il problema evitando improvvisazioni e, soprattutto, mitigando i rischi connessi in termini di bias (vale a dire la diffusione di pregiudizi ed atteggiamenti discriminatori, cyberbullismo, ecc.), privacy, tutela dei diritti dei minori, inclusione e integrazione, ecc.. L’obiettivo è evitare la delega in bianco alla macchina, rifuggire gli automatismi, difendere il carattere individuale, soggettivo e autentico di ogni processo di insegnamento/apprendimento senza rinunciare ai vantaggi derivanti dall’ottimizzazione dei tempi, dalla semplificazione delle procedure, dall’efficacia dei risultati.

Non si può, infatti, non essere consapevoli che l’impatto della IA è destinato a mettere in crisi tutta la tradizionale struttura della scuola per come l’abbiamo conosciuta negli ultimi due secoli: quella con i banchi, le aule divise secondo l’età progressiva degli studenti e degli alunni, gli insegnanti che si spostano fra di esse fino al compimento dell’orario di servizio. La scuola che verrà sarà completamente basata sull’open learning, con edifici aperti tutto il giorno, insegnanti e allievi che organizzano autonomamente le proprie attività, ecc.

La sfida, per la scuola, sarà quella di non perdere il proprio ruolo di luogo istituzionale per eccellenza non solo della trasmissione dei saperi ma anche e soprattutto della sua acquisizione critica e consapevole.

Una scuola davvero antropocentrica che sostenga l’uomo nel suo comprendere e “sentire” l’immensità tragica del “mondo grande e terribile”, a superare i suoi egoismi e le sue paure, a non rinunciare mai a quella libertà e a quel bisogno di migliorare sempre la propria condizione senza delegare nulla di tutto ciò ad altri uomini o a macchine gestite da altri uomini.

Gabriele Petrone

Non sei ancora un utente TS+?

Registrati gratuitamente in pochi passi per ricevere notifiche personalizzate e newsletter dedicate