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Internet e AI, la scuola spieghi ai giovani che non servono solo a copiare (e ai genitori di non mettere online le foto dei figli): l’Ue vuole educare al digitale

La scuola del futuro non si svilupperà soltanto nelle aule, nei libri di testo o nei laboratori tradizionali. Ma anche sul fronte tecnologico. Proprio per questo, l’Europa si trova davanti a una doppia sfida: da una parte aumentare la propria capacità di innovazione, dall’altra garantire che questa trasformazione avvenga in modo sicuro e responsabile, soprattutto per i più giovani.

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A fotografare questa situazione sono due recenti iniziative europee: il nuovo European Innovation Scoreboard 2026, pubblicato dalla Commissione europea, che analizza il livello di innovazione dei Paesi membri, e la relazione approvata dalla Commissione Cultura e Istruzione del Parlamento europeo sulla protezione dei minori negli ambienti digitali.

Si tratta di due temi che riguardano direttamente anche il mondo della scuola, perché gli studenti sono tra i principali protagonisti della trasformazione tecnologica in corso.

Secondo il rapporto europeo sull’innovazione, l’Unione Ue continua a migliorare le proprie prestazioni tecnologiche: dal 2019 il livello complessivo di innovazione europeo è cresciuto dell’11,6%, mentre nell’ultimo anno l’aumento è stato dell’1,7%. In cima alla classifica restano Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, considerati veri e propri leader dell’innovazione.

L’Italia si colloca al tredicesimo posto tra i Paesi dell’Unione europea, nella categoria dei cosiddetti “moderate innovators”, cioè Stati che hanno compiuto progressi ma che rimangono ancora sotto la media europea.

Perché il dato riguarda anche la scuola 

Un Paese innovativo non è soltanto quello che possiede imprese tecnologicamente avanzate, ma anche quello che riesce a formare cittadini preparati ad affrontare i cambiamenti. La qualità dell’istruzione, la diffusione delle competenze digitali e il rapporto tra Scuola, Università e Ricerca sono elementi fondamentali per costruire una società capace di innovare.

Per gli studenti di oggi, infatti, conoscere il digitale non significa più soltanto saper utilizzare uno smartphone o navigare su Internet: le competenze richieste sono molto più complesse, vanno dal comprendere il funzionamento degli algoritmi al valutare l’affidabilità delle informazioni online, dall’utilizzare in modo consapevole l’intelligenza artificiale fino a proteggere i propri dati personali.

La Commissione europea ha inserito queste capacità tra le competenze fondamentali per i cittadini del futuro attraverso il quadro europeo DigComp, che definisce le conoscenze digitali necessarie per partecipare pienamente alla società contemporanea.

Certamente, uno dei temi più discussi negli ultimi anni è quello dell‘intelligenza artificiale generativa, diventata rapidamente uno strumento utilizzato anche dagli studenti per cercare informazioni, creare testi, tradurre contenuti o supportare lo studio.

Sistemi basati sull’intelligenza artificiale possono rappresentare un’importante opportunità educativa: possono aiutare gli studenti con difficoltà, personalizzare alcuni percorsi di apprendimento e offrire nuovi strumenti ai docenti.

Le questioni aperte

Allo stesso tempo, però, emergono numerose questioni aperte: come evitare che gli studenti utilizzino l’IA semplicemente per copiare? Come garantire che le informazioni prodotte siano corrette? Come insegnare un uso responsabile di strumenti che stanno modificando il rapporto tra conoscenza e tecnologia?

L’Unesco ha sottolineato che l’intelligenza artificiale nella scuola deve essere accompagnata da formazione, regole chiare e attenzione ai diritti degli studenti, evitando che la tecnologia sostituisca il ruolo educativo degli insegnanti

La crescita dell’uso delle tecnologie digitali porta con sé anche nuovi rischi. Per questo il Parlamento europeo ha approvato una relazione che chiede maggiore protezione per bambini e adolescenti sulle piattaforme online.

Tra le proposte avanzate ci sono maggiore trasparenza degli algoritmi, limitazione delle funzioni progettate per creare dipendenza, sistemi di raccomandazione più sicuri e una maggiore tutela dei dati personali dei minorenni.

Il principio alla base della proposta è quello della “sicurezza fin dalla progettazione” (Safety by Design): le piattaforme non dovrebbero limitarsi a intervenire dopo che si verifica un problema, ma dovrebbero essere costruite fin dall’inizio tenendo conto dei rischi per gli utenti più giovani.

Anche perché il rapporto tra giovani e social network è ormai una delle grandi questioni educative del presente.

Secondo lo studio internazionale Health Behaviour in School-aged Children (HBSC) promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’utilizzo dei social media è diventato una componente centrale della vita quotidiana degli adolescenti europei, con effetti positivi ma anche con possibili rischi legati all’uso problematico delle piattaforme.

Anche la scuola è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale: educare al digitale significa anche educare alla responsabilità, al rispetto degli altri e alla consapevolezza delle proprie azioni online.

Perché il Parlamento Ue è sensibile al tema

La relazione del Parlamento europeo dedica attenzione anche al fenomeno degli influencer e alla presenza sempre maggiore dei minori nei contenuti pubblicati online.

Il cosiddetto kidfluencing, cioè il coinvolgimento commerciale dei bambini nei contenuti digitali, e lo sharenting, ovvero la pubblicazione online di immagini dei figli da parte dei genitori, pongono nuove domande sulla privacy e sulla tutela dell’identità dei minori

Per gli studenti questo significa confrontarsi con un ambiente digitale in cui non tutto ciò che appare spontaneo è realmente neutrale: dietro molti contenuti possono esserci strategie commerciali, sistemi algoritmici e meccanismi progettati per aumentare il tempo trascorso online.

Ma va detto anche che la trasformazione digitale non può essere considerata soltanto una questione tecnologica: è soprattutto una questione educativa.

Con la scuola ha il compito di preparare gli studenti non solo a usare strumenti digitali, ma anche diventare cittadini capaci di comprenderne conseguenze e responsabilità.

Questo significa formare giovani in grado di utilizzare l’intelligenza artificiale senza dipenderne, partecipare al dibattito pubblico online senza essere manipolati dagli algoritmi, proteggere la propria privacy e riconoscere le informazioni affidabili.

Il dibattito europeo mostra una consapevolezza crescente: non basta essere competitivi a livello innovativo, bisogna anche costruire un ambiente digitale sicuro e inclusivo.

Per l’Italia questa sfida è particolarmente importante: migliorare il livello di innovazione significa investire non soltanto nelle imprese, ma anche nella formazione delle nuove generazioni, nella qualità dell’insegnamento e nelle competenze digitali degli studenti.

La vera sfida sarà decidere quale rapporto costruire: una tecnologia in grado di sostituire l’uomo oppure uno strumento che permetta agli studenti di sviluppare nuove capacità, maggiore autonomia e maggiore consapevolezza? La risposta europea sembra andare nella seconda direzione: innovare, ma senza lasciare indietro la tutela dei diritti e la centralità della persona.

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