Negli ultimi vent’anni, internet ha trasformato radicalmente la vita quotidiana, portando enormi benefici in termini di accesso all’informazione, comunicazione e opportunità economiche.
Cresce però la preoccupazione per l’impatto che la rete può avere sul benessere psicologico, soprattutto tra gli adolescenti.
Un recente studio condotto da 4 ricercatori di economia politica (Dante Donati, Ruben Durante, Francesco Sobbrio e Dijana Zejcirovic) pubblicato nel portale specializzato Lavoce.info offre una delle prime evidenze causali su larga scala dell’effetto negativo dell’accesso alla banda larga sulla salute mentale dei giovani in Italia.
La ricerca ha preso in esame i dati relativi ai ricoveri ospedalieri per disturbi mentali in Italia tra il 2001 e il 2013, riferiti alla popolazione nata tra il 1974 e il 1995. I dati sono stati collegati alle informazioni comunali sulla copertura della rete Adsl, la prima forma di internet a banda larga introdotta in Italia dal 1999.
Il confronto tra le diverse classi di età ha mostrato un aumento significativo dei disturbi mentali solo tra i nati tra il 1985 e il 1995, cioè coloro che erano adolescenti durante la diffusione dell’Adsl. Nessun effetto, invece, è stato riscontrato tra i nati tra il 1974 e il 1984, già adulti all’arrivo di internet veloce.
Usando tecniche statistiche molto puntuali i ricercatori sono riusciti ad isolare l’effetto causale dell’accesso a internet veloce sull’aumento dei ricoveri per depressione, ansia, disturbi alimentari, abuso di sostanze e disturbi della personalità.
Secondo le stime, un giovane che viveva in un comune interamente coperto dalla banda larga aveva una probabilità superiore del 20% di essere ricoverato per almeno un disturbo mentale rispetto a un coetaneo in un’area senza copertura.
L’effetto si osserva sia nei ragazzi che nelle ragazze, con una differenza: tra le giovani donne emerge un aumento particolare nei disturbi del comportamento alimentare. Inoltre, i risultati indicano che l’impatto negativo è tanto più forte quanto più bassa è l’età di esposizione iniziale.
Il periodo analizzato (2001-2013) è precedente alla diffusione dei moderni social network come Instagram e quindi gli effetti non possono essere attribuiti solo alle piattaforme oggi più criticate. I ricercatori ipotizzano che siano decisivi l’uso eccessivo di tempo online, l’isolamento sociale, la riduzione delle interazioni offline e l’esposizione a contenuti problematici.
Il quadro che emerge è chiaro: l’adolescenza è una fase di particolare vulnerabilità, in cui l’introduzione di nuove tecnologie può avere conseguenze durature e non intenzionali.
Questo pone una sfida alle politiche pubbliche: come conciliare i benefici dell’infrastruttura digitale con la necessità di proteggere i più giovani? Strumenti come educazione digitale, limiti d’età, supervisione familiare e campagne di sensibilizzazione possono aiutare a bilanciare opportunità e rischi.