Oggi sul Corriere della Sera Carlo Ratti, architetto e ingegnere, presidente della biennale di architettura di Venezia, docente al Politecnico di Milano e al Mit di Boston, interviene sul caso dei bambini dei boschi di Chieti raccontando la sua vicenda personale.
E Ratti tiene molto a chiarire che “non si tratta di una presa di posizione politica. Non si tratta nemmeno di una disquisizione letterario-filosofica, sebbene, vivendo in Massachusetts, sia stato più volte in pellegrinaggio a Concord dove sorge la «capanna» in cui Henry David Thoreau scrisse il suo bellissimo Walden, ovvero Vita nei boschi. Si tratta semplicemente di una riflessione personale”.
Figlio del più giovane ordinario del politecnico di Torino, con Phd negli Usa, Carlo Ratti di trovo da bambino a vivere in campagna sulle colline del Monferrato perché il papà mollò tutto per andare. a fare il contadino biologico portandosi dietro la famiglia.
Così, scrive Ratti, impararono a stare bene ovunque. Non c’era il riscaldamento. SI cucinava su una vecchia stufa a legna, il boiler per il bagno andava anche lui a legna. CI si scaldava nel letto con le braci. Non c’era la televisione. So che non interessa a nessuno ma…. anche io ho vissuto così negli anni 60 e non mi è mai mancato nulla e credo che lo stesso abbiano fatto migliaia di lettori de La Tecnica.
Nel fatto che i bambini del Monferrato erano vaccinati, andavano a scuola (anche se la scuola non veniva presa troppo sul serio). E, soprattutto: “è pur vero che in alcuni anni alternavamo la vita neo-rurale con quella alto-borghese in una grande città del Nord”.
Continua Ratti: “insomma, quando cresci così, non sai bene a quale mondo appartieni. Ma poi quella difficoltà diventa un punto di forza. Impari che puoi stare bene ovunque, tra i boschi o nelle case di balconi, come scrisse Cesare Pavese. Non si tratta soltanto di rompere la cerchia del conformismo e dell’omologazione di pasoliniana memoria, seguendo la famosa categoria piemontese del «bastian cuntrari» (categoria alla quale credo mio padre appartenesse). Non si tratta nemmeno di prendere posizione sulla vecchia disputa su quale sia l’educazione ideale: se quella impartita dal nucleo primario della famiglia, come propugnato da Aristotele, o quella imposta dallo Stato, come suggerito da Platone, che arrivava fino all’idea di strappare i figli ai propri nuclei d’origine”.
E qui Ratti, dopo aver citato Platone e Aristotele (mettendo in evidenza come le cose di cui stiamo parlando sono al centro del dibattito da sempre tra gli umani) cita Henry David Thoreau e il suo Walden ovvero Vita nei boschi. Walden, padre della disobbedienza civile, teorico della nonviolenza. “Da Thoreau ai falansteri di Fourier – scrive Ratti – la storia delle idee è costellata di esperimenti che a volte hanno avuto un impatto dirompente sulla società. Purché non si arrechi danno ai nostri familiari o ad altri, ciascuno di essi dovrebbe essere non ostracizzato, ma incentivato. A partire da quello della famiglia chietina, che spero possa tornare presto a vivere nei propri boschi sulle parole dell’amato Thoreau: «Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo le questioni essenziali della vita, per vedere se sarei stato capace di imparare quanto essa poteva insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto davvero».
Ecco, alla fine della lettura della pagina del Corriere della Sera mi sembra di poter dire che la furiosa polemica sulla casa nel bosco di Chieti mi pare incentrata su tutto eccetto che su quei bambini e quella reale famiglia trasformandosi in uno scontro politico e in una occasione per denigrare la magistratura e il servizio degli assistenti sociali. Gli stessi soggetti che poi (vedi la cosiddetta Legge Caivano) sono chiamati a intervenire in situazioni con caratteristiche simili ma “coperte” dal mainstream del momento.
Peccato. Ennesima occasione persa.