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Aggiornato il 01.02.2026
alle 15:57

La crisi della scuola italiana: è quasi una Waterloo

La scuola italiana sta attraversando una crisi profonda, tale da configurare ormai una vera e propria Caporetto, se non addirittura una Waterloo. È sotto gli occhi di tutti — soprattutto di chi opera quotidianamente nelle aule — l’esistenza di un numero allarmante di studenti che giungono alla scuola secondaria di secondo grado in condizioni di semi-analfabetismo, una circostanza che qualche decennio fa sarebbe apparsa inimmaginabile.

Ortografia, grammatica e sintassi di base risultano spesso molto fragili o del tutto sconosciute; la comprensione del testo è incerta; l’espressione scritta, non di rado, gravemente compromessa. Mancano in gran parte o del tutto le conoscenze essenziali nelle discipline di base, come la storia e la geografia. La capacità di destreggiarsi con i numeri è più che imbarazzante. I test Invalsi, al di là di ogni possibile lettura ideologica, non fanno che certificare uno stato di fatto: una parte considerevole del nostro sistema scolastico è in evidente, fortissima sofferenza.

Come se ne esce? Una sola soluzione non c’è, non v’è dubbio, casomai un mix di soluzioni. Tuttavia ve n’è una che appare “scomoda” ma che risulta sempre più difficile da eludere: ritornare a creare un serio filtro o, per usare una parola che oggi provoca diffusi e gravi imbarazzi, ritornare a fare selezione. E non alla fine del percorso, ma fin dalla scuola primaria.

Da molti anni, in ossequio a discutibilissimi presupposti ideologici e pedagogici, la primaria è stata posta nella condizione di rinunciare alla bocciatura e tale posizione appare così profondamente dogmatica da non ammettere nemmeno che si torni ad un sano dibattito sull’argomento. Il risultato è che la scuola secondaria di primo grado viene investita da un numero impressionante di studenti con lacune enormi, talvolta abissali, sicché in quella che un tempo si chiamava prima media giungono molti alunni che a malapena avrebbero affrontato una terza primaria solo due o tre decenni fa.

La SS1, a sua volta, non è in grado — e spesso non è messa nelle condizioni di — svolgere un’azione selettiva significativa: farlo implicherebbe percentuali di non ammissione difficilmente sostenibili, anche sul piano gestionale, con dirigenti scolastici frequentemente restii ad assumersi tale responsabilità.

L’esito finale si manifesta in modo evidente nella scuola secondaria di secondo grado, soprattutto e per evidenti ragioni negli istituti tecnici e professionali, dove nel tempo si è assistito a uno scadimento estremamente preoccupante dei livelli di preparazione. A peggiorare ulteriormente il quadro, si aggiunga che nelle classi iniziali dei professionali la bocciatura è ormai (a norma di legge) un’eccezione, una soluzione residuale. Vedere per credere, verrebbe da dire, potendo: l’uomo della strada resterebbe basito al cospetto di ciò che si trova scritto in molte verifiche e che si ascolta in tante interrogazioni.

Si è così affermata una scuola che pare misurare la bontà del proprio operato con la percentuale delle promozioni, anziché in relazione alla qualità degli apprendimenti. Ma promuovere non significa istruire, né tantomeno educare. Si abbia il coraggio di ammettere che la scuola di oggi, in molti casi, produce in abbondanza dei falsi in atto pubblico de facto, ammettendo alla classe successiva alunni che non presentano minimamente conoscenze e competenze tali da permettere, sia pure con manica larga, tale passaggio.

È allora drammaticamente necessario recuperare il coraggio della serietà. Tornare a bocciare quando serve, non per punire, ma per dare tempo, per consentire agli studenti di consolidare ciò che non è stato appreso. Non esiste alcun dogma — né pedagogico né morale — che vieti una bocciatura in quarta o in quinta primaria. Esiste, piuttosto, la responsabilità di non trascinare avanti fragilità destinate a esplodere in seguito, quando sarà troppo tardi per intervenire efficacemente.

Difendere la scuola significa allora oggi anche e soprattutto accettare scelte impopolari. Impopolari, sì, ma drammaticamente necessarie e indifferibili. Ed è certo, nel contempo e come l’esperienza quotidiana ci sta dimostrando, che non è mettendo la testa sotto la sabbia che si risolverà la crisi della scuola italiana.

Sergio Mantovani

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