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28.01.2026

La giornata della memoria non può essere solo un esercizio di stile

In questi giorni, la nostra missione tra i banchi non è più soltanto quella di custodire un’eredità, ma di gestire un’urgenza che brucia sotto la pelle del presente.
La memoria non può essere ridotta a un puro esercizio di stile o a una celebrazione di facciata; essa è la bussola per navigare in un mare dove i riferimenti etici sbiadiscono tra i flutti di una complessità globale sempre più aggressiva. Siamo chiamati a un compito che trascende il programma ministeriale: dobbiamo restituire il battito cardiaco ai numeri, dobbiamo, con la forza della parola e del rigore critico, resuscitare i morti.

L’esercizio della memoria non è la semplice manutenzione di un archivio polveroso, né la ripetizione rituale di nomi che il tempo tende a scolorire. In un’epoca segnata da polarizzazioni estreme e dal rischio di strumentalizzazioni politiche, la memoria deve farsi imperativo categorico. Non è una scelta facoltativa, ma la condizione biologica della nostra sopravvivenza civile. Resuscitare i morti significa sottrarre le vittime all’anonimato della cenere e restituire loro la tridimensionalità di una vita: un sogno interrotto, un’identità negata, un volto che ci guarda attraverso il tempo e ci chiede conto non del nostro dolore, ma della nostra indifferenza.

La sfida è trasformare la storia in un’esperienza che modifichi il pensiero dell’alunno. Non possiamo limitarci a raccontare la Shoah come un evento concluso, un male assoluto isolato in una bolla temporale inerte. Dobbiamo narrare la vita che c’era prima, la quotidianità violata, perché è solo riconoscendo l’umanità piena dell’altro che si costruisce l’argine contro il negazionismo e la banalizzazione. Quando portiamo in classe il silenzio assordante delle testimonianze o il monito di chi ha vissuto l’abisso, effettuiamo una trasfusione di coscienza. L’orrore è stato possibile perché troppe persone normali hanno scelto di non vedere, diventando complici attraverso la loro neutralità.

Non dobbiamo mai cedere al sentimentalismo fine a se stesso o alla retorica del vittimismo sterile. La memoria ha bisogno di ossa forti: documenti, analisi delle strutture di sterminio, studio del linguaggio della propaganda. Il dato freddo, da solo, non basta a formare un cittadino; serve quel salto empatico che permette di sentire il gelo del passato come un monito che riguarda la nostra pelle, qui e ora. La nostra democrazia è nata da quel fango e da quel sangue; è la risposta giuridica a un vuoto di umanità che ha rischiato di inghiottire la civiltà. Onorare la Shoah in classe significa difendere la nostra Carta fondamentale, rendendo i ragazzi consapevoli che la libertà non è un regalo della storia, ma un corpo vivo che va nutrito ogni giorno con il pensiero critico e la solidarietà attiva.

Siamo ormai nell’era della post-memoria. I testimoni diretti ci hanno quasi tutti lasciati e il peso della narrazione ricade interamente sulle nostre spalle e su quelle delle nuove generazioni. Resuscitare i morti significa far sì che le loro storie non diventino leggende distanti, ma strumenti affilati per leggere i conflitti attuali. Esiste oggi una recrudescenza di fatti ignobili, un antisemitismo che riaffiora e diverse forme di esclusione che colpiscono i più deboli. La nostra responsabilità è insegnare a leggere questi segnali prima che diventino catastrofi irreversibili. La scuola deve essere il luogo dove si impara a non essere spettatori indifferenti, quella zona grigia che è sempre stata il vero motore dei totalitarismi.

È necessario denunciare con onestà le asimmetrie della società del 2026. Non possiamo parlare di memoria se ignoriamo le nuove forme di discriminazione che colpiscono i fragili nei nostri quartieri. La memoria è autentica solo se si traduce in azione politica nel senso più nobile, se diventa capacità di discernere il giusto dall’ingiusto nelle scelte quotidiane. Dobbiamo chiederci se i nostri strumenti siano ancora all’altezza. La digitalizzazione della memoria rischia di trasformare l’orrore in un contenuto consumabile tra i tanti. Resuscitare i morti oggi significa anche strapparli all’algoritmo, restituendo alla loro sofferenza il tempo della riflessione lenta, sottraendoli alla velocità del click.

Questo lavoro richiede un rigore scientifico che non ammette approssimazioni. Lo studio dei reperti deve ancorare la narrazione alla realtà, impedendo che la Shoah diventi un mito astratto o un semplice simbolo plastico. Facciamo in modo che ogni vittima del passato diventi un maestro del presente. Solo così avremo assolto al nostro dovere: non lasciando morire queste persone una seconda volta nell’oblio di una società distratta, ma dando loro il diritto di abitare il futuro attraverso la nostra voce instancabile. In questo atto di resistenza intellettuale e morale risiede il senso profondo del nostro essere scuola.

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