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La lingua italiana è in fase di ridimensionamento, ma ci vogliono iniziative per valorizzarla

Non è la prima volta che interviene pubblicamente e non sarà neanche l’ultima, ma temiamo che il suo accorato e giusto appello non verrà accolto e sentito nella sua gravità. Ultimamente, infatti, il Presidente dell’Accademia della Crusca ha rilanciato l’allarme sul rischio, purtroppo ben concreto, che l’italiano stia andando incontro a un progressivo ridimensionamento.

«Continuerà ad essere usato nelle scuole per la prima alfabetizzazione, ma nel corso degli studi verrà abbandonato; finirà per soppiantare i dialetti (in molte zone d’Italia) per divenire, alla fine, un “dialetto”. Un italiano, una lingua, una civiltà avviati, con un lungo e straziante lamento, alla morte (come il latino nell’età del basso impero), per essere sostituiti (come già in parte avviene), quasi in ogni ambito culturale e sociale, dall’invasivo, invadente e ormai, purtroppo, indispensabile — questa è la triste verità — inglese».

Il processo di “anglicizzazione” della lingua italiana, o di vera e propria sostituzione, fenomeno iniziato da tempo, procede speditamente: non di rado gli studenti, anche italiani, si esprimono meglio in inglese che in italiano. Il futuro per la nostra bellissima lingua non presenta, al momento, grandi speranze di rinascita; anzi, si dovrà lottare per non farla “morire”.

Come si potrebbe agire, dunque, per ridare forza e solidità alla lingua italiana contro la minaccia della potenza inglese (inglese oggi, magari cinese domani) e impedirne, non diciamo la morte, ma certamente una pesante contrazione? A nulla varrebbe alzare muri di divieti legislativi, probabilmente controproducenti; ma, al tempo stesso, non possiamo arrenderci senza nulla tentare, come già rassegnati a un tragico declino. Quale strategia di contrasto, anche solo per dignità, mettere in atto?

Proviamo schematicamente a pianificarla:

  1. Irrobustire l’insegnamento della lingua italiana nelle scuole, per tutti e soprattutto per gli alunni non italiani.
  2. Modulare l’inserimento degli alunni non italiani nelle classi. Un ragazzo o una ragazza che arriva in Italia a 15-16 anni senza conoscere la nostra lingua non può essere inserito immediatamente nella classe corrispondente alla sua età, confidando con eccessiva e incosciente fiducia nei “miracoli” dell’inclusione, che sono sempre rari. È necessario, prima di tutto, che il giovane studi per almeno un anno solo la lingua italiana; successivamente si potrà procedere a un inserimento in un percorso di studi adeguato alla sua età e al livello linguistico raggiunto.
  3. Rinforzare e diffondere capillarmente sul territorio scuole di italiano aperte agli adulti non italiani (ma anche italiani), accompagnate da un forte invito alla frequenza.
  4. Ridurre o evitare l’obbligatorietà del CLIL nelle classi terminali e curare maggiormente l’esposizione orale in italiano.
  5. Obbligare — questa volta sì attraverso una legge — tutte le università italiane, in particolare quelle scientifiche, a utilizzare l’italiano, affiancandolo eventualmente all’inglese quando realmente necessario.
  6. Evitare l’uso di parole e frasi inglesi quando non indispensabili e quando esiste un perfetto corrispettivo italiano.
  7. Tradurre in italiano, quando semanticamente possibile, i termini inglesi.
  8. Inventare nuove parole italiane, e non inglesi — segno di sudditanza psicologica — per indicare le nuove realtà del mondo.
  9. Operare una sapiente selezione delle parole inglesi da introdurre nel vocabolario italiano, evitando acquisizioni indiscriminate e automatiche.
  10. Far conoscere, anche grazie alle più avanzate tecnologie mediatiche, la bellezza e la ricchezza culturale della lingua italiana agli italiani e a tutti gli uomini e le donne del pianeta.
  11. Implementare lo studio e la conoscenza, magari anche l’uso, dei dialetti italiani, ciascuno dei quali racchiude una propria alta civiltà.
  12. Dare maggiore spazio allo studio di altre nobili lingue straniere, così da ridurre il dominio dell’inglese.
  13. Ritornare a studiare il latino. Il contatto con il latino migliora la consapevolezza e la conoscenza dell’italiano e delle altre lingue neolatine. Il professor Barbero ha recentemente ricordato come il latino sia stato la lingua della comunicazione culturale in tutto l’Occidente — e non solo — fino quasi alla fine dell’Ottocento, un ruolo simile a quello svolto oggi dall’inglese. Ma l’inglese appartiene a Paesi esistenti ed egemonici; il latino, invece, era una lingua neutra, di cui nessuno era padrone.

Verosimilmente il “piano” di resistenza contro l’“invasore” qui proposto può apparire irrealistico, irrealizzabile, improbabile, forse anacronistico o persino ridicolo. L’inglese sembra destinato, per forza di cose, a marciare trionfalmente verso una piena vittoria, inglobando e “cannibalizzando” tutte le altre lingue. Fino a quando? Certo, sarebbe un vantaggio per l’italiano e per il latino se la religione cristiana cattolica — le cui lingue storiche sono il latino e l’italiano — continuasse a espandersi nel mondo. Ma questo è un altro tema.

Il Presidente dell’Accademia della Crusca auspica che la creatività italiana torni a fiorire in ogni campo: in questo modo anche la lingua italiana ne trarrà beneficio. Se poi la politica mostrasse maggiore sensibilità verso questo tema, tanto meglio.

La questione, comunque, non va sottovalutata: potrebbe compromettere, nel tempo, la nostra stessa identità. Bene fa il Presidente della Crusca ad avvisarci del pericolo. Qualunque cosa ci riservi il futuro, occorre armarsi — linguisticamente e culturalmente — e combattere fino alla fine, partigiani della meravigliosa lingua italiana.

Andrea Ceriani

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