Si incominciò a parlare di “controriforma della scuola”, allorché Letizia Morati, ministra dell’istruzione nel governo Berlusconi, (2001 – 2005), mise a soqquadro la riforma del suo predecessore del Partito democratico della sinistra (Pds), Luigi Berlinguer, contestato fra l’altro e costretto alle dimissioni, per il cosiddetto “concorsone”, una prova scritta, superata la quale, i prof potevano avere l’aumento di gradone stipendiale, stabilendo così un modo inusitato per premiare il merito.
L’idea comunque di riforma della scuola di Berlinguer conteneva alcuni punti chiave importanti, come il biennio comune alle superiori, altre materie nei professionali, la costituzione dei licei musicali, e altro ancora che Moratti liquidò, compresi gli esami di stato che le volle con commissari tutti interni: una panacea per le scuole private.
Esce i questi giorni, “La Controriforma permanente. La scuola italiana tra mercato e guerra”, Marx Ventuno, 14,00€, curato da Luca Cangemi che coordina i testi Ferdinando Dubla, Lucia Capuana, Rossella Latempa, Marina Boscaino, Antonio Mazzeo, Francesco Cori, Pina La Villa, centrati tutti su un’analisi senza sconti della nostra scuola. I cui mali sono innumerevoli, ma, invece di sanarli si costruisce su di essi, secondo un gioco al ribasso, che in qualche modo, secondo gli autori di questo libro collettaneo, ha coinvolto un po’ tutti i governi, con più o maggiore responsabilità, tra scuola azienda, presidi sceriffo, istituti cadenti, programmi basati sulle esigenze dell’industria piuttosto che volti alla pari opportunità e alla conoscenza del mondo e alla sua interpretazione. E poi la massa dei precari, usati all’uopo e quindi lasciati a se stessi, in funzione di una formidabile forbice che taglia l’istruzione, pericolosa, perché induce a pensare, e non gli armamenti, per esempio, o prebende varie per un capitalismo che non vuole cedere potere, anzi, lo raffazzona perfino tra i banchi, sibilando, con la destra, la sua ideologia.
Una politica insomma che da decenni vede minata la scuola coi suoi fondamenti culturali e ideali, dove il dibattito deve essere limitato, con un taglio, non solo ai finanziamenti, ma anche alla partecipazione democratica che gli immigrati avrebbero contribuiti a mettere in discussione, con chiaro intento demagogico ma pure sovranista e autoritario.
Importante, e lo segnaliamo, l’intervento di Marina Boscaino sulla pericolosa “autonomia differenziata”, con una lucida analisi, nella quale si dimostra che regionalizzare la scuola significa smembrare il tessuto sociale della Nazione, quella tanto amata dai “patrioti”.
Un libro che forse mancava, nel panorama della politica scolastica, e che sarebbe pure il caso di intrattenersi con gli alunni su alcuni passaggi, secondo noi, importanti, anche per la riscoperta di una pedagogia troppo in fretta tralasciata e dunque di una possibile riforma che negli anni “60’ del 900 era abbondantemente veicolata da illustri intellettuali del tracollato Pci e in giornali di prestigio come Rinascita e la Riforma della scuola, per 35 anni la rivista di quel partito, nella quale era espresso un orientamento politico, certamente, ma il suo intento era quello di considerare l’istruzione una “leva fondamentale per modificare i rapporti di classe” e dunque di potere.