Sulle tracce di Auguste Dupin, il formidabile primo investigatore nella storia della letteratura poliziesca, nato dalla penna di Edgard Allan Poe, si affaccia nel panorama del romanzo giallo italiano la inedita figura di una giovane grafologa, alle prese con un delitto dai risvolti oscuri e violenti, avvenuto proprio a Catania negli anni “60 del 900. Si chiama Bea Navarra ed è appunto, dopo le lunghe serie di detective di ogni professione e genere, una grafologa forense, nel senso che lavora come esperta consulente nei tribunali, basandosi sulla scrittura che rappresenta, come le impronte digitali, il segno distintivo di ciascuno. Bella, giovane, spigliata, colta, la donna deve vedersela con un biglietto di poche parole, ritrovato accanto al corpo di una signora delle Catania bene, Norma Speranza, nel quale spiega il motivo del proprio suicidio, usando una carabina.
Dopo oltre sessanta anni, la nipote della vittima si rivolge alla grafologa con l’unica prova possibile, quel rigo di scrittura su un foglio di bloc notes, per riaprire le indagini nella convinzione che la zia sia stata assassinata da qualcuno, protetto dalle convenzioni borghesi e da una sorta di silenzio omertoso della cerchia dei conoscenti. Infatti la domanda a cui Bea deve rispondere, e non solo alla cliente, è: sono state quelle poche parole scritte realmente dalla vittima? E ancora: è possibile stabilire, attraverso quella grafia, l’identità dell’eventuale assassino, se si esclude il suicidio? In pratica, l’unica pista per risalire alla verità è rappresentata proprio dal “pizzino” che la grafologa si trova in mano, insieme alla pesante responsabilità che la sovrasta.
Come è prevedibile, Navarra svelerà il mistero, usando fra l’altro tutti gli strumenti a sua disposizione, compresi i giornali del tempo e le testimonianze che va a spulciare negli achivi del tribunale, aiutata in questo dal giornalista Domenico Grimaldi che richiama l’Archie Goodwin di Nero Wolfe. Un “cold case”, diremmo con un abusato neologismo, che è pure l’occasione per descrive uno spaccato di quella Catania degli anni del boom economico e pure delle speculazioni, mentre cresce una nuova borghesia che cerca di ritagliarsi i suoi privilegi, visibili proprio nel complesso caso “Norma Speranza”.
A mettere sulla scena dell’ormai diffusa letteratura poliziesca tale del tutto nuovo personaggio, è Nunzia Scalzo, giornalista e lei stessa grafologa forense, mandando in libreria, edito da Feltrinelli, il giallo, “La regola dell’ortica. Le indagini della grafologa Bea Navarra”, il cui arcano titolo parte dal principio secondo cui i veleni della pianta si avvertono, non già quando la stringi, ma allorché allarghi la mano e il sangue fluisce. Metafora quanto mai azzeccata, considerati il lungo tempo trascorso e i tanti personaggi che nei decenni si sono presentati sulla scena del crimine.
Romanzo di esordio, l’autrice disegna con la sicura mano della giornalista, ma con l’anima della scrittrice provetta, ambienti e temi, persone e atmosfere, mentre sullo sfondo passano le metafore del segno grafico, quello della tradizione mefistofelica che inchioda e condanna, perché è proprio tra le polveri degli archivi, dove si annidano gli scritti, anche quelli vergati col sangue, che si nasconde la verità e pure la perdizione. Mefistofele sa infatti che qualcosa di demoniaco si nasconde in tutte le parole delle lingue umane e su quelle scritte intesse la sua massima considerazione. Intanto il passato, quello che per Faust è un “libro chiuso con sette sigilli”, si spalanca agli occhi della nostra grafologa, proprio attraverso i vecchi inchiostri e tra le volute di una grafia che accusa o redime, purché la si sappia leggere.