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La scuola affettuosa delle manganellate

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Il Ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi, appena entrato in carica, ha iniziato a parlare dell’importanza di un diverso rapporto tra il mondo degli adulti, nello specifico gli adulti che lavorano nella scuola, e gli studenti, bambini e adolescenti.

Da insegnante abituato a cercare sempre un adeguato equilibrio tra normatività e affettuosità, ho sentito subito un po’ sbilanciate verso quest’ultima le dichiarazioni del Ministro, ma evidentemente il bilanciamento di un eccesso viene poi trovato con altri eccessi: le manganellate agli studenti che manifestano e gli sgomberi forzati delle scuole occupate non sono certo un esempio di sana normatività, ma solo di vergognosa violenza verso le generazioni alle quali tutti noi dovremmo guardare con rispetto, vedendole come il nostro futuro e il risultato anche del nostro agire educativo.

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E non solo di questo dobbiamo vergognarci noi adulti.

La mancanza di ascolto nei confronti dei giovani è davvero molto grave.

Premesso che ogni forma di vandalismo e di violenza da parte dei manifestanti o degli occupanti è da stigmatizzare come forma di comportamento contrario al bene comune e contrario alle stesse rivendicazioni degli studenti, ed è da sanzionare, rimane il fatto che le richieste sono assolutamente legittime ed è gravissima colpa delle istituzioni non aver agito affinché ciò che viene richiesto non venisse già realizzato prima delle proteste.

Le sofferenze del Covid si sono aggiunte ad una situazione di scarsa considerazione per le giovani generazioni.

Le ragazze e i ragazzi, dopo essere stati chiusi in casa cercando improbabili lezioni e relazioni davanti ai monitor, hanno ricominciato ad andare a scuola su mezzi pubblici sovraffollati, aule strapiene, edifici scolastici fatiscenti, in molti casi didattiche non aggiornate (motivate anche dalla falsa affermazione che con le norme covid non è possibile attuare lezioni diverse da quelle frontali), interventi insufficienti o addirittura contrari alla protezione dell’ambiente, mancanza di centri di aggregazione e se loro o qualche familiare si ammala trovano il vuoto dal punto di vista dei servizi di medicina territoriale, che tanto avrebbero potuto fare per evitare molte morti in questi due anni di pandemia.

La next generation sente parlare di miliardi provenienti dall’Europa, ma continua ad essere tenuta ai margini e se prova ad alzare la testa se la trova rotta e sanguinante per le manganellate di quelle istituzioni che invece dovrebbero ascoltare, dialogare e chiedere scusa per le gravi mancanze che continuano a gravare sulle spalle di chi vorrebbe proiettarsi verso il futuro, invece di battersi per servizi che dovrebbero essere scontati.

  • Mezzi pubblici efficienti, puntuali e con un affollamento che li renda fruibili in sicurezza.
  • Classi da venti alunni, soprattutto nella scuola del primo ciclo, dove anche quest’anno è stato ridotto il numero delle classi per affollare le aule con 23 o più allievi, anche in violazione della normativa per gli allievi con disabilità.
  • Manutenzione costante e puntuale degli edifici scolastici.
  • Formazione iniziale adeguata e aggiornamento didattico-metodologico degli insegnanti, perché non è vero, come qualcuno ancora pensa, che è sufficiente possedere conoscenze per poterle insegnare: quello dell’insegnante è un mestiere e come in tutti i mestieri bisogna sapere come esercitarlo, in più è un mestiere che incide direttamente sulla vita di bambini e adolescenti, quindi è un mestiere delicato.
  • Piste ciclabili e aree verdi sia urbane che extraurbane, che migliorino la qualità della vita e dell’aria, evitando il continuo consumo di suolo per cementificare e poi magari abbandonare al degrado centinaia di capannoni inutilizzati.
  • Centri di aggregazione che aiutino tanti giovani a sottrarsi dalla devianza criminale o dall’isolamento, dalla depressione e dall’uso di sostanze.
  • La medicina, che incide anch’essa direttamente sulla vita delle persone, deve essere vicina. Non è sensato dover andare in farmacia con la febbre alta per fare un tampone o essere curati a distanza da medici di base sovraffaticati e magari morire in casa senza aiuto. Così come non è giusto essere costretti a fare visite specialistiche a pagamento, perché nel pubblico si prenota a distanza di sei mesi o un anno, e dover pagare cifre alte di ticket, al punto da indurre qualcuno a non fare esami necessari.

Tutto questo sarebbe politica sana e dovrebbe essere al centro dei pensieri dei decisori. Invece la politica è lontana dai giovani. Ogni forma di partecipazione attiva è esclusa e anche il movimento che si proponeva come forma di mobilitazione diretta dei cittadini si è istituzionalizzato nel peggiore dei modi, concentrando le sue attenzioni sui litigi interni.

I giovani che volessero impegnarsi in politica dovrebbero trovare sedi dove entrare e trovare un confronto dialettico, basato sull’ascolto reciproco e la valorizzazione di nuove idee, non manganellate.

Evitiamo che messaggi di violenza inducano a pensare che solo con la violenza si può dialogare e proviamo invece a coinvolgere i giovani in luoghi dove incontrarsi in modo sano, guidati da educatori, o per vivere forme di cittadinanza attiva con degli adulti che forniscano modelli di vita basati sul rispetto reciproco e la valorizzazione delle diversità.