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La scuola dei buoni e dei cattivi: a proposito del progetto di riforma della scuola

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Fra i tanti buoni propositi che il progetto di riforma della scuola del governo Renzi contiene c’è quello di premiare il merito. Intende farlo sostituendo alle progressioni di carriera legate all’anzianità di servizio, scatti di stipendio condizionati allo svolgimento di attività aggiuntive, diverse dall’insegnamento (progetti extracurriculari, funzioni obiettivo, collaborazione con la presidenza etc.), e al giudizio formulato dal Capo di Istituto.

Pertanto, solo gli insegnanti che matureranno crediti sufficienti in ragione del “contributo al miglioramento della scuola” avranno in busta paga 60 euro netti al mese in più allo scadere del terzo anno. Il meccanismo è perverso, perché un terzo dei docenti è pregiudizialmente escluso dagli scatti stipendiali e perché, in tal modo, si fanno pagare parte dei costi della riforma ad un personale già tartassato, il cui contratto non è stato più rinnovato dal 2009.

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Ciò non bastante, il sistema di progressione economica attuale sarà congelato fino al 30 agosto 2015, per cui non verranno attribuiti scatti (né vecchi né nuovi) fino al 1 settembre 2018. E’ la logica del “lavorare tutti per guadagnare meno”: si bloccano gli stipendi di buona parte dei professori di ruolo, ma si assumono i precari.

Ma è anche la logica iniqua del premiare alcuni, per penalizzare altri, del gratificare i docenti “meritevoli” e mortificare i docenti “immeritevoli”, che verrebbero a coincidere poi con quelli che dedicano tutto il loro impegno all’insegnamento, alla pratica didattica quotidiana, alla silenziosa e faticosa trasmissione di esperienze, conoscenze e competenze ai giovani.

La soluzione prospettata rischia di essere pasticciata, essendo frutto di una mediazione fra diversi interessi e spinte in gioco. Ci sono, infatti, spinte verso una visione manageriale e aziendalistica.

Esse sono rintracciabili nell’ampliamento dei poteri decisionali dei Dirigenti Scolastici, che potrà scegliere a sua discrezione e senza tutela alcuna dei diritti dei lavoratori personale e mansioni da assegnare a ciascuno, nonché nel portfolio telematico, che dovrebbe servire a dare elementi alle famiglie per un giudizio sulla professionalità del singolo docente, ma che, agli effetti pratici, espone la didattica e la professionalità ad una sorta di commercializzazione.

C’è poi una vecchia logica nepotistica che si insinua, tanto nella possibilità riconosciuta al Dirigente di stabilire quali sono i docenti meritevoli e quali no, quanto nella gestione di una formazione obbligatoria, servita spesso nel passato ad assicurare rendite di posizione e non solo. In effetti, negli anni si è dato vita nella scuola italiana ad un sistema sindacalizzato e politicizzato, in cui lo spazio per la missione formativa è diventato sempre più marginale.

Siamo ben distanti dalla scuola di qualità e ancor più dalla scuola che forma. E questo conferma un trend negativo che dura ormai da anni. Il fatto è che nella scuola di stato l’insegnante è divenuto sempre più un burocrate senza passione e senza cuore.

La sua professionalità è stata svilita. La sua preparazione non è stata motivata. La si è considerata parte di un lavoro ordinario e, in fin dei conti, non significativo. Si sono finanziati invece a pioggia quei progetti che, secondo un mito oleografico, avrebbero aperto la scuola al sociale.

Metodi e pratiche non condivisi, nonché privi di qualsiasi riscontro empirico di efficacia, sono stati imposti dall’alto, cosicché lo spazio di libertà nell’insegnamento si è sempre più ristretto. A fronte di insegnanti sempre meno motivati e frustrati, sono cresciuti alunni indolenti, privi di ogni sana curiosità.

Si è abbassato il livello, non tanto e solo sul piano dei contenuti, quanto sul piano educativo, perché la scuola ha smesso di formare la persona, abdicando al suo ruolo di fare scuola. Si è determinato, quindi, una sorta di corto circuito educativo: gli educatori si sono fatti complici degli educandi e si è sempre più lasciato correre, permesso, garantito. Anche l’ignoranza e l’insipienza sono state garantite. Si è quasi smesso di trasmettere, al di là delle nozioni, il senso di un impegno consapevole, responsabile e non banale. Sono morti il rispetto ed il merito e la responsabilità non è stata più invocata.

Scene di ordinaria indisciplina sono diventate consuete e la contestazione è rifluita verso la maleducazione, se non addirittura il bullismo. In tal modo, la scuola è divenuta il palcoscenico di una società sbracata e moralmente sradicata.