Nel dibattito sulla scuola, spesso ci si concentra su programmi, voti e riforme ministeriali. Ma sotto la superficie di questo sistema ben oliato (o, a volte, arrugginito) c’è un’emergenza silenziosa che sta travolgendo studenti e docenti: la salute mentale.
La scuola, che per decenni è stata vista come un tempio del sapere, è diventata un luogo dove si manifestano e si acuiscono ansie, stress e malesseri emotivi. La pandemia ha agito come un detonatore, portando alla luce un problema che covava da tempo. Ma il disagio esisteva anche prima. Era solo meno evidente. La mia riflessione personale parte da un punto cruciale: il nostro sistema scolastico è ossessionato dalla performance. I voti, i giudizi, le medie. Tutto sembra ruotare attorno a un numero che dovrebbe sintetizzare il valore di un ragazzo. A 15 anni, un voto basso in matematica non è solo un “4”, è un fallimento. La bocciatura non è un’opportunità per ripartire, ma una macchia indelebile. Questa pressione costante, unita alla necessità di eccellere anche nelle attività extrascolastiche, crea un circolo vizioso che soffoca la crescita personale.
L’ansia da prestazione diventa una costante, un rumore di fondo che impedisce di godere del percorso di apprendimento. E questo vale anche per i docenti. A loro si chiede di essere un mix di educatore, psicologo, animatore e burocrate. Devono gestire classi sempre più complesse, confrontarsi con genitori esigenti e, al tempo stesso, adempiere a una mole di scartoffie infinita. Anche il loro benessere mentale è a rischio. Insegnare è una vocazione, ma la passione può spegnersi quando l’ambiente diventa insostenibile.
Un altro punto che mi sta a cuore è l’idea che la scuola sia un’isola separata dalla vita reale. Non è così. La scuola è il riflesso della società. I problemi sociali, familiari e personali degli studenti non restano fuori dal cancello. Entrano in classe con loro ogni mattina. Ignorare questi aspetti significa perdere il senso più profondo dell’educazione. Per questo, credo fermamente che lo psicologo scolastico non debba essere un optional, ma una figura strutturale. Non è lì solo per i “casi difficili”, ma come un punto di riferimento per tutta la comunità scolastica. Potrebbe offrire incontri di gruppo per la gestione dello stress, fornire consulenze a docenti in difficoltà e, soprattutto, far capire a tutti che chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma di intelligenza e maturità. Inoltre, la scuola dovrebbe ripensare il proprio ruolo. Dovrebbe essere un luogo dove si impara a vivere, non solo a studiare.
Ciò significa inserire in modo organico percorsi di educazione emotiva, insegnando agli studenti a riconoscere e gestire le proprie emozioni. Dovrebbe essere un luogo dove si celebra la diversità e dove si accetta l’errore come parte del percorso. Il voto, in questo senso, dovrebbe diventare un feedback, non un giudizio finale. La scuola è l’officina della società di domani. Se non ci prendiamo cura della salute mentale dei nostri studenti e docenti oggi, non possiamo aspettarci di avere una società sana in futuro. È una sfida difficile, ma non possiamo più permetterci di ignorarla. Il mancato coinvolgimento dei docenti nelle decisioni politiche non è solo una mancanza di rispetto professionale, ma un errore strategico che compromette il successo di qualsiasi riforma. Quando un insegnante non si sente ascoltato, la sua motivazione cala drasticamente. La passività e il disinteresse diventano una difesa contro un sistema che non lo valorizza, trasformando l’innovazione in un puro adempimento burocratico. Un vero processo di valorizzazione deve partire dal basso, riconoscendo l’esperienza e la competenza del personale docente.
In sintesi, valorizzare i docenti non significa solo aumentare i loro stipendi, ma restituire loro il ruolo di protagonisti del cambiamento. Solo quando si sentiranno parte attiva del processo decisionale, saranno disposti a investire energie ed entusiasmo per costruire la scuola del futuro.