Ma stiamo davvero cambiando pelle o stiamo solo cambiando trucco? Oggi la scuola italiana attraversa una fase di trasformazione frenetica, spinta dai fondi del PNRR e dalla digitalizzazione forzata, eppure, dietro i monitor nuovi di zecca e le pareti ridipinte, si avvertono scricchiolii preoccupanti che meritano un’analisi priva di sconti. Osservo investimenti massicci in tecnologia, ma vedo un errore di fondo che rischia di vanificare ogni sforzo: abbiamo confuso lo strumento con il metodo. Si installano schermi interattivi di ultima generazione in classi dove il setting didattico è rimasto quello dell’Ottocento, con file di banchi rivolti verso una cattedra che funge ancora da unico altare del sapere. La tecnologia viene spesso usata per fare le stesse cose di prima, ma su uno schermo; questo non è cambiare pelle, è rendere più costosa la noia. La digitalizzazione senza una profonda formazione antropologica dei docenti rischia di creare una scuola dei consumatori digitali anziché una comunità di creatori critici.
Ciò che oggi non va bene per niente è l’ossessione per la misurabilità a scapito dell’educabilità. Stiamo trasformando gli studenti in archivi di competenze da spuntare su una tabella Excel, spostando il focus dal processo di apprendimento al risultato documentabile. Gli studenti sono sempre più ansiosi, schiacciati dal peso di dover essere eccellenti in tutto, perdendo il diritto fondamentale all’errore, che è il cuore pulsante di ogni crescita reale. Parallelamente, il corpo docente è soffocato da adempimenti formali: un insegnante che passa metà del proprio tempo a compilare griglie e moduli è un insegnante che toglie ossigeno all’ascolto, allo sguardo e alla cura pedagogica. Una scuola che produce ottimi test standardizzati ma giovani incapaci di gestire il conflitto o la frustrazione è una scuola che ha fallito la sua missione primaria. Assistiamo inoltre a una frammentazione selvaggia dei saperi. Un tempo la scuola era il luogo della sintesi; oggi è sommersa da progetti esterni, moduli brevi e pillole di apprendimento che rendono la conoscenza discontinua e liquida. Manca il tempo del pensiero lento e dell’approfondimento verticale. La scuola sta scimmiottando i ritmi dei social media, inseguendo l’intrattenimento per paura di perdere l’attenzione degli allievi, col risultato che i ragazzi sanno molte cose superficiali ma faticano a creare nessi logici complessi.
Questa mutazione ci pone davanti a interrogativi radicali che non possono più essere elusi dal gergo burocratico dei decreti. Per chi stiamo davvero costruendo la scuola del futuro? Per le aziende che chiedono esecutori flessibili o per cittadini capaci di dissenso e pensiero proprio? Se l’istruzione diventa un servizio “on-demand” dove il docente è un facilitatore e lo studente un utente, che fine fa l’eredità del passato, quella scintilla che nasce solo dallo scontro faticoso con ciò che non conosciamo? Perché abbiamo così paura del silenzio in classe, della noia che genera immaginazione, della fatica che solidifica il sapere? Stiamo dimenticando che l’educazione è un atto politico e non solo una procedura tecnica. Ci chiediamo mai se un visore VR possa davvero sostituire lo stupore che nasce dallo sguardo di un maestro che ti riconosce come individuo e non come numero di matricola? E ancora: ha senso parlare di innovazione se le disuguaglianze sociali continuano a scavare solchi profondissimi, rendendo il merito una parola vuota per chi parte dieci metri dietro agli altri? Stiamo forse barattando la profondità della psiche con la velocità della fibra ottica? Quale spazio rimane per l’imprevisto, per la digressione che illumina, in una programmazione che deve rispondere a rigidi cronoprogrammi di spesa?
La scuola sta cambiando pelle, è vero, ma il rischio è che la nuova pelle sia troppo sottile per proteggere l’umanità degli studenti dal freddo di una società puramente prestazionale. Dobbiamo ammettere che non basta innovare gli spazi se non si innovano le menti di chi quegli spazi li abita. Dobbiamo rimettere al centro la relazione educativa, il silenzio e il coraggio di essere “scomodi” rispetto alle logiche del mercato. Solo così il cambiamento non sarà una maschera, ma una vera evoluzione. Se non torniamo a chiederci “perché” insegniamo, prima di decidere “come” farlo, avremo scuole bellissime, tecnologiche e moderne, ma drammaticamente vuote d’anima. Siamo pronti a prenderci la responsabilità di questo vuoto o continueremo a nasconderci dietro un nuovo bando da rendicontare? Il rischio reale è che, tra dieci anni, avremo completato la transizione digitale ma avremo perso quella umana, lasciando i nostri ragazzi soli davanti a uno schermo, certificati ma non istruiti, connessi ma profondamente isolati.