Esce per l’editore Algra, l’ultima fatica letteraria del nostro Pasquale Almirante, storico collaboratore di questo portale, dal titolo: “Il teatro siciliano attraverso le lettere di Antonio Teodosio Almirante a don Lionardo Vigo di Acireale. 1859-1873”, 18 €.
Per farlo conoscere ai nostri lettori, pubblichiamo la prefazione dello stesso autore, nella certezza che possa suscitare interesse, sia per la materia trattata, “Il teatro”, con tutte le sue implicazioni e le sue storie, sia per i personaggi che si incontrano lungo la sua lettura, come i grandi attori italiani dell’Ottocento, i mattatori, comprese quelle schiere di donne sublimi come la Duse o Adelaide Ristori, sia per il nobile acese al quale furono dirette, che grande importanza ebbe nelle vicende del nostro Risorgimento e pure in quelle della più vasta storia della letteratura, con la sua “Raccolta amplissima” dei canti siciliani.
Il presente volume esce come continuazione quasi, ma anche come premessa, al mio: Da Pasquale a Giorgio Almirante. Storia di una famiglia d’arte (Marsilio), completandolo in qualche modo, anche se, nel presente lavoro, sono state esaminate, al contrario dell’altro, una per una, le 37 lettere che Antonio Teodosio Almirante scrisse, tra il 1856 al 1873, a Lionardo Vigo Calanna di Acireale, il noto patriota e uomo di cultura, che tanta importanza ebbe nella storia di Sicilia.
Non abbiamo invece le missive che il Vigo ha spedito, in risposta, al capo della compagnia comica degli Almirante e per vari motivi: primo fra tutti perché non saprei neanche da dove iniziare a cercarle, dal momento che nessuno di quella schiatta di “comici” aveva un luogo stabile per conservarle; e poi, e di conseguenza, nella razionale convinzione che tra un girovagare e l’altro, per la Sicilia e per l’Italia, si saranno inesorabilmente perdute, smarrite tra i costumi e tra le scene, ma anche tra i tanti meandri di problemi che la compagnia si portava regolarmente appresso, nonostante, credo fermamente, siano state ben custodite per molti anni da Antonio Teodosio: lui, tenutario e collante, non solo della intera compagnia, ma anche della tradizione artistica e girovaga dei suoi numerosi parenti.
Fra l’altro, la corrispondenza che il capocomico tiene, non si può limitare solo a quella rinvenuta con l’acese, ma sicuramente avrà contattato, durante i suoi numerosi spostamenti, altri illustri, e meno illustri, personaggi per chiedere una raccomandazione, annunciare la sua venuta, ottenere un teatro a buon prezzo, farsi conoscere anche come erede di monsignor Pasquale, duca di Celsa Piccola, e imparentato coi marchesi Forcella, tramite la zia Giuseppina.
E su queste particolarità, tutti i biografi, da Leonelli e D’Amico, scrivono di lettere di commendatizia che il nostro Antonio Teodosio portava con sé e che mostrava all’occorrenza, come accadde, per esempio, con le missive ricevute dai conti Adonnino di Licata o dal cardinale Denti di Caltagirone, i quali, con ogni probabilità, sapevano della origine nobiliare del padre, di quel Pasquale Almirante, figlio di Pietro e di Gaetana Caputo, una popolana, forse, che lo partorì a Gaeta nel 1799 durante i bombardamenti dei lealisti Borboni contro la neonata Repubblica partenopea.
In ogni caso, queste lettere che il Vigo ha conservato, e che si trovano presso l’Academia Zelantea di Acireale, credo rappresentino un patrimonio documentale importante e per vari motivi.
Innanzitutto, perché dentro di esse troviamo parte fondamentale, suggestiva e alta, del teatro siciliano nella seconda metà dell’800 e dunque veniamo a sapere, quasi nel dettaglio, com’era costituito, delle tante famiglie comiche che lo formavano, dei luoghi delle rappresentazioni e dei titoli delle rappresentazioni, coi nomi degli autori più richiesti dal pubblico e pure dalle dominanti passioni degli artisti stessi. Ma conosciamo pure gli spostamenti, come avvenivano, con quali mezzi, compresi i nomi dei teatri esistenti al tempo nell’isola.
E ci sono pure descritte, in queste 37 lettere, vergate su carta velina trasparente e su entrambi i lati, le vicissitudini, non solo della compagnia Almirante, con le difficoltà, gli inghippi, i problemi, le angustie e le poche gioie, ma anche quelle artistiche dell’acese. Il quale, se per un verso risponde e blandisce Antonio Teodosio, concedendogli qualche prestito e magari lusingandolo, per altro verso approfitta della sua arte girovaga per farsi vendere il suo libro, la raccolta dei Canti popolari siciliani, pubblicato nel 1857, e pure per farsi spedire nuove poesie, nuovi canti, nuovi versi, espressione della grande genialità isolana.
Anzi, parrebbe proprio che lo invogli a raccattare, dove può e presso chi può, durante i suoi giri per i paesi e le città della Sicilia, sempre di più, opere poetiche da inserire nelle sue prossime pubblicazioni.
Antonio, col fratello Nunzio, soprattutto, lo accontentano e raccolgono “canti” come possono e talvolta pure in un modo alquanto singolare: trascrivono le poesie dalla vivavoce del presunto poeta, senza accertarsi, fra l’altro, se fosse in effetti lui l’autore o quello che viene loro nominato, compreso l’anonimo. Non solo. Antonio spedisce, sperando che le inserisca nelle sue pubblicazioni, perfino delle poesie scritte dal nipote Ciccio, quel Francesco Garzes, figlio della sorella Giuseppina e di Luigi Garezes, che qualche anno più tardi cercherà di rinnovare il teatro grazie a delle idee contratte durante la sua permanenza in Germania.
Dunque, un patrimonio, queste missive, di grande valore culturale e storico, utili sia per gli specialisti di teatro, sia per chi lo ama, a prescindere, sia per il lettore medio che può trovare uno spaccato straordinario di quegli anni tra il Risorgimento e le sue disillusioni, tra le grandi speranze dell’Unità d’Italia e i suoi tradimenti, compresi quelli di intellettuali vigorosi come Crispi.
Per quanto mi riguarda, ho diviso l’esame delle lettere, qui tutte pubblicate, secondo l’ordine con cui mi sono state cedute, in copia e su supporto informatico, dalla responsabile dell’Accademia degli Zelantei, dott. Cettina Gravagno, che non smetterò mai di ringraziare, secondo la logica a mio parere più opportuna e semplice per apprezzarne il contenuto.
I capitoli inziali, invece, sono un’opportuna, per entrare in argomento, disamina del teatro dell’800, coi suoi risvolti politici e storici, insieme a una molto succinta biografia dei parenti di Antonio Teodosio Almirante e di questa intera famiglia d’arte che, dal teatro al cinema, ha lasciato una impronta tangibile nella cultura italiana.
Pasquale Almirante
