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La ‘vera riforma’ della scuola

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Sinceramente è bravo chi ci capisce qualcosa.

Provo a riassumere: da un lato abbiamo un testo di legge, cioè la 107/2015, il quale, che piaccia o meno, è comunque un testo di legge, che va rispettato perché norma superiore; dall’altro abbiamo accordi bilaterali che vorrebbero interpretare quelle norme di legge, in realtà le stanno annacquando, se non aggirando, quindi smentendo.

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E chi è in prima linea, dunque chiamato ad applicare le norme, come si può e si deve muovere?

Sulla mitizzata chiamata dei presidi si è fatta tanta letteratura. Ma la realtà è altra.

L’abbiamo visto dai colloqui finali per l’immissione in ruolo dei docenti neo-assunti. In molti ci si è chiesto: perché mai, visto che i posti ci sono in una scuola, non confermare gli stessi docenti, giudicati bravi, anche nella effettiva assunzione? Basta poco.

La Buona Scuola è stata costruita come una sorta di compromesso tra, da un lato, l’introduzione, finalmente, dell’etica della responsabilità e, dall’altra, in una grande sanatoria del personale precario. Senza alcun filtro qualitativo.

Una legge tutta politica, dunque, ma in realtà poco attenta alla complessità della vita reale delle scuole. Provare per credere. Il risultato è che, paradossalmente, non si parla più di “preside sceriffo”. Una invenzione mediatica che ha avuto grande effetto, ma che ha nascosto la vera discussione su quell’etica delle responsabilità, che deve valere per tutti. Ai fini della effettiva qualificazione del nostro “servizio pubblico” in termini di “cultura dei risultati” e non delle sole “intenzioni”.

L’impressione, dopo anche l’ultimo accordo tra Miur e sindacati, è che manchi totalmente la percezione degli effetti delle decisioni politiche. Che manchi cioè una sorta di camera di compensazione, fatta da persone del mestiere (non cioè da rappresentanti sindacali, per lo più ancora immolati agli egualitarismi oggi inaccettabili a livello di percezione sociale, neppure dal CNPI, obsoleto) che siano in grado di dire come stanno effettivamente le cose, che dicano, cioè, a chiare lettere il principio di realtà.

Ci vorrebbe, in poche parole, un tavolo di consultazione permanente? Finchè dominerà questo centralismo ministeriale non ci sono alternative. Finchè, appunto, continuerà a dominare. Come scegliere questo tavolo? Chi ha la responsabilità politica sa che è suo interesse avere un riscontro il più possibile oggettivo, per cui non potrà affidarsi agli “amici degli amici”. La vicenda della Buona Scuola penso abbia insegnato molto, anche su questo aspetto.

Ma la vera grande riforma è, appunto, l’abolizione del ministero, del MIUR. Meglio, del ruolo gestionale del ministero, per lasciare invece alle scuole autonome il compito di raccordo e di interfaccia col proprio territorio di riferimento, compresi gli enti locali.

Al ministero va lasciato il ruolo di indirizzo e di controllo, ma non più di gestione.

Quale forza politica ha o avrà il coraggio di questa scelta di qualità?