È incredibile come si continui a raccontare una storia che non esiste. Si portano esempi di altri Paesi, ma si finge di dimenticare che l’Italia aveva un sistema scolastico tra i migliori al mondo, poi smantellato pezzo dopo pezzo. Si cita l’INVALSI come se fosse la voce della verità assoluta, quando tutti sanno che non è un parametro affidabile: non fotografa la realtà delle scuole, non considera le difficoltà dei territori, non misura nulla della complessità delle classi. Usarlo come prova è quasi offensivo.
Dire poi che “le classi piccole rendono meno” è una presa in giro. In nessun Paese civile più alunni significano più apprendimento. Nessuno. È solo una scusa per non mettere mano al problema reale: classi con 27-30 studenti, spesso con bisogni diversi, condizioni fragili e supporti inesistenti. In un Paese che si definisce democratico, non una caserma, un insegnante entra in classe, fa l’appello, risponde alle domande, gestisce i ragazzi, compila registro elettronico, relazioni, note, firme, avvisi… e l’ora è finita, a volte, troppe volte, Valditara, senza fare lezione.
Dove sarebbe, in tutto questo, la “personalizzazione della didattica” di cui parlano? È una favola.
Se davvero si volesse migliorare la scuola, la prima cosa sarebbe semplice: dimezzare le classi, non fare propaganda. Con trenta ragazzi davanti, non c’è “personalizzazione”, non c’è recupero, non c’è inclusione. C’è solo sopravvivenza. Il sovraffollamento supera ogni logica: classi da 27-30 alunni, quando le stesse norme ne prevederebbero meno. È un problema di apprendimento, di sicurezza, di salute e di dignità: nessun insegnante può seguire tutti, nessun alunno può essere visto davvero. Non è solo una questione didattica: è umana.
E mentre si raccontano favole sull’applicazione dell’IA, sulla scuola digitale e sulle grandi riforme, si ignora la realtà più semplice: se manca il tempo, l’attenzione e il numero adeguato di insegnanti, tutto il resto è fumo negli occhi. E poi la contraddizione più grande: si parla di “potenziare i docenti” ma si tagliano oltre 6.000 insegnanti. Come si potenzia qualcosa che si sta togliendo nonostante la presenza non di precari qualsiasi, stiamo attenti con le definizioni, ma di idonei abilitati con i corsi selettivi, veri docenti.
La dispersione scolastica “in calo”? No. I numeri veri parlano di oltre il 20% al Sud. Una scuola che perde un ragazzo su cinque non può dirsi in miglioramento. Servirebbero soluzioni vere: più docenti e personale di supporto, meno classi sovraffollate, interventi mirati dove i ragazzi sono più fragili, attività aggiuntive e tempo scuola reale, non solo parole, presenza concreta nei professionali e nei tecnici, dove la dispersione è più alta.
Basta slogan, basta propaganda. Se si vuole una scuola che funzioni davvero, si parte da una cosa semplice: meno alunni per classe, più insegnanti, più tempo da dedicare ai ragazzi. Il resto sono solo conferenze stampa e titoli sui giornali, e poco importa che i citati docenti idonei con abilitazione selettiva sono a casa.
Salvatore Francesco Ciurleo