Home I lettori ci scrivono Lettera di un precario “invisibile” al ministro Giannini

Lettera di un precario “invisibile” al ministro Giannini

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  • Credion

Gentile ministro Giannini,

sono un docente di terza fascia delle graduatorie di istituto.

Icotea

Le scrivo perché, nell’era in cui (a suo dire) la scuola italiana è finalmente in procinto di scrollarsi di dosso la parola “precariato”, vorrei che si parlasse una volta tanto anche di quegli invisibili dei quali, a conti fatti, la tanto celebrata “Buona scuola” sta dimostrando di non poter fare a meno.

Anche se la mia richiesta sembrerà stravagante, Le chiedo che ci venga almeno riconosciuto lo status di precari.

La mia non è una forzatura… ho davvero l’impressione che sin da quando la “Buona Scuola” ha mosso i primi passi noi di terza fascia siamo stati idealmente rimossi anche dalla già disgraziata categoria dei precari.

Per Lei e per il suo Governo semplicemente non esistiamo: non abbiamo diritto alla formazione (i tanto sbandierati 500 euro a me non spettano, meglio che si formi un sessantenne di ruolo che l’anno prossimo raggiungerà la sua strameritata pensione…), non abbiamo diritto a garantire la continuità didattica ai nostri alunni (potrebbe spiegarmi per quale motivo, alle soglie delle festività natalizie, rischio di essere sostituito da un altro invisibile di terza fascia che a sua volte è stato soppiantato da un altro invisibile di terza fascia?

E’ questa la continuità didattica di cui parlate?); non abbiamo diritto a partecipare al prossimo concorso a cattedra, non abbiamo diritto ad abilitarci se non dopo un percorso selettivo (sempre che venga attivato) che mi riporta alla mente i vecchi quiz televisivi che guardavo con mia nonna; non abbiamo diritto al pagamento delle ferie; non abbiamo nemmeno diritto (ma di questo Lei non ha colpa) ad essere difesi da sindacati troppo concentrati a difendere i “veri” precari, quelli che (sia chiaro, tra mille patimenti ed ingiustizie) hanno almeno il privilegio di vedere riconosciuto questo status.

Sa perché Le chiedo che venga riconosciuta la mia esistenza? Perché mi fa rabbia pensare che Lei finga di non sapere che ogni giorno io entro in classe e firmo sul registro come se fossi un vero docente, che devo svolgere le stesse mansioni riservate ai veri insegnanti, che, se durante un’uscita scolastica, un mio alunno si fa male ne rispondo come fossi un vero insegnante; Lei finge di non sapere che i miei alunni si affezionano a me come se fossi un vero insegnante e che si abituano a seguire un metodo di lavoro che credono appartenere ad un vero insegnante; nella speranza che Lei non stia, nel frattempo, pensando di sostituirmi con tirocinanti costretti a prendere il mio posto per 400 euro al mese (sì lo so, sono diffidente per natura, ma conoscendo la vostra capacità di edulcorare la realtà tremo ogni volta che leggo sui giornali di tirocini triennali e di “diritto alla retribuzione dei tirocinanti”…).

Non Le chiedo di rinnegare la Sua riforma o di fare marcia indietro; La prego solo di spendere di tanto in tanto qualche parola anche per me e per quelli che si trovano nella mia condizione; di scrivere, tra gli innumerevoli comunicati che celebrano il trionfo della gloriosa italica Scuola dell’era Giannini-Faraone-Renzi, che tra i docenti che garantiscono l’istruzione ai ragazzi della “generazione Buonascuola” ci siamo anche noi, i supplenti costretti a vivere alla giornata, gli invisibili della terza fascia delle graduatorie di istituto.